
La capsula Orion del programma Artemide
La lotta delle donne per la parità dei diritti con gli uomini è stata ed è dura. Particolarmente dura è la battaglia della parità nei settori scientifici della società ma non mancano i successi. Le donne hanno fatto breccia anche come astronaute, lavoro particolarmente complesso. Entro il 2028 la prima astronauta sbarcherà sulla Luna. Ce ne parla Maria Luisa Berti.
Entro il 2028 secondo il programma Artemide, durante la missione Artemis 4, la prima donna sbarcherà sulla Luna nella regione del Polo Sud lunare. Nella missione Artemis 2, invece, quattro membri dell’equipaggio effettueranno test approfonditi in orbita terrestre, dopodiché la capsula Orion verrà spinta in una traiettoria circumlunare di ritorno, che la riporterà sulla Terra per il rientro e l’ammaraggio.
Il programma Artemide prevede una serie di missioni incentrate sul varo di un lanciatore SLS che trasporta una navicella spaziale Orion con gli astronauti a bordo. Il programma è stato portato avanti dalla Nasa e da aziende di voli spaziali commerciali statunitensi, in collaborazione con partner internazionali come l’ESA, la JAXA e la Canadian Space Agency (CSA). L’obiettivo a lungo termine prevede una presenza autosufficiente sulla Luna, per poter costruire tramite società private un’economia lunare. In seguito il progetto è di mandare gli uomini su Marte.

Valentina Tereškova
La prima donna a viaggiare nello spazio è stata la sovietica Valentina Tereškova, selezionata tra centinaia di candidate per le sue abilità di paracadutista. Aveva 26 anni quando fu lanciata nello spazio a bordo della navicella Vostok 6. Era il 16 giugno 1963, un giorno memorabile per l’esplorazione spaziale e per l’emancipazione femminile. Valentina Tereškova orbitò attorno alla Terra per 48 volte in quasi tre giorni. Durante il viaggio scattò diverse foto, tenne un diario di bordo e, per capire come il volo spaziale potesse influire sul corpo femminile, fece esperimenti di fisiologia e di medicina. Infine si espulse dalla capsula atterrando con il paracadute in Kazakistan. È stata riconosciuta come Eroina dell’Unione Sovietica. Non volò mai più nello spazio, ma divenne uno dei volti più noti del suo paese; intraprese poi una lunga carriera politica.
L’URSS perse poi interesse nel continuare un programma di cosmonaute donne, e le altre due selezionate con la Tereškova, Irina Solovyova e Valentina Ponomaryova, non volarono mai.
Solo nel 1982 Svetlana Savitskaya partì a bordo della Soyuz T-7, poi nel 1984 con la missione Soyuz T-12 divenne la prima donna a effettuare una passeggiata spaziale. Svetlana aveva iniziato a fare paracadutismo a 16 anni e aveva ottenuto tre record mondiali di lanci dalla stratosfera e 15 record mondiali di lanci da aerei a reazione. Si era poi iscritta all’Accademia Aeronautica di Mosca e nel 1980 era stata ammessa al gruppo cosmonaute.

Sally Ride
Negli Stati Uniti, solo nel 1977 la Nasa decise di aprire anche alle donne la sua selezione di astronauti e l’anno seguente dei 35 membri selezionati sei erano per la prima volta donne. Una di loro divenne la prima americana nello spazio: Sally Ride.
Ride rivestì svariati compiti di terra, come la gestione della comunicazione con le navicelle nello spazio e la progettazione del braccio robotico dello Shuttle, il Canadarm. Nel 1983 Ride doveva partire a bordo dello Space Shuttle Challenger come specialista di missione per il volo STS-7. Durante la conferenza stampa pre-lancio le vennero rivolte domande imbarazzanti e talvolta ridicole: la società americana era impreparata all’idea di una donna astronauta, mestiere ritenuto adatto solo agli uomini.
Ride prese parte a due missioni a bordo dello shuttle Challenger: la prima fu la missione STS-7, nella quale collaborò alla messa in orbita di due satelliti per telecomunicazioni, si dedicò ad alcuni esperimenti farmaceutici e utilizzò per la prima volta il braccio meccanico dello Space Shuttle che serviva per posizionare e recuperare satelliti nello spazio. Il suo secondo e ultimo volo (missione STS-41-G) è stato nel 1984, sempre a bordo del Challenger.

Il decollo del Challenger nel 1983
La sua terza missione invece non partì mai: il 28 gennaio del 1986 proprio il Challenger esplose poco dopo la partenza, e la NASA congelò il programma finché non si fosse capito cos’era successo. Fu la stessa Ride a suggerire la soluzione: il gelo di quella mattina aveva reso le guarnizioni dei booster fragili. Il Generale Doland Kutyna passò poi l’informazione al fisico Richard Feynman che la espose nel rapporto finale della Commissione istituita per risolvere quel problema.
Nel 1987 Sally lasciò la Nasa e si dedicò all’insegnamento prima a Stanford e poi all’Università di San Diego. È morta il 23 luglio 2012 per un tumore al pancreas: aveva solo 61 anni. Poco dopo si venne a sapere che la compagna di Sally per 27 anni era stata l’educatrice ed ex tennista Tam O’Shaughnessy. Insieme avevano scritto libri per bambini e avevano istituito la “Sally Ride Science”, associazione che si occupa di promuovere la carriera scientifica tra le ragazze.
Sally era stata sposata dal 1982 al 1987 con il suo collega astronauta Steven Hawley ma la sua bisessualità non fu mai nascosta: alla Nasa vigeva il principio «Don’t ask, don’t tell» («Non chiedere, non dire»).
La situazione odierna è molto migliorata rispetto agli anni ‘60 e ‘80, ma le astronaute sono ancora una frazione ridotta del totale: circa il 20%. La percentuale scende all’11%, considerando chi va nello spazio e scende ulteriormente al 6,6% quando ci si limita alle passeggiate spaziali.
Sapendo che non è la diversa fisicità del corpo femminile a ostacolare le donne in tale carriera, la causa del loro ridotto numero come astronaute è esclusivamente di carattere socio-culturale.
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