Attaccare a testa bassa la magistratura per mobilitare gli elettori di destra in vista del voto referendario. Non bisogna essere analisti politici per capire il senso delle ultime, violente polemiche scatenate dalla maggioranza di governo. E non importa se nel mirino c’è l’Anm, il sindacato dei magistrati, il Csm, l’organo di autogoverno, oppure una sentenza di Tribunale.

Giorgia Meloni
Adesso per l’esecutivo conta solo polarizzare lo scontro con il fronte del No, dato in crescita nei sondaggi. Ed ecco allora le accuse ai “magistrati che remano contro il governo”. Una “narrazione” utile alla destra per compattare i suoi elettori, soprattutto quelli poco interessati ai quesiti “tecnici” del referendum.
E che ormai la campagna elettorale abbia preso questa piega è confermato dai due video in due giorni (17 e 18 febbraio) postati da Giorgia Meloni per accusare la magistratura. Il 17 febbraio il bersaglio è la sentenza di risarcimento a un immigrato irregolare trasferito dall’Italia al CPR albanese. Il 18 tocca all’“assurda” sentenza del Tribunale di Palermo sul risarcimento alla Sea Watch. Un caso scoppiato nel 2019, quando il governo dell’epoca emise un decreto per vietare lo sbarco in un porto italiano (Lampedusa) alla nave della Ong tedesca con a bordo 43 migranti salvati da un naufragio.
Il primo video della premier è quello che dà meglio il senso della svolta nella campagna elettorale. Ecco il testo: «Gli italiani hanno votato il centrodestra anche per ristabilire regole chiare e farle rispettare e il governo lo sta facendo con determinazione nonostante una parte politicizzata della magistratura continui a ostacolare ogni azione volta a contrastare l’immigrazione illegale di massa…».
Un allarme lanciato agli elettori della maggioranza e che può essere tradotto più o meno così: fate attenzione, perché il voto del 22 e 23 marzo deve essere contro i nostri nemici.

Una riunione del Csm
Esattamente l’opposto di ciò che solo quattro giorni prima aveva detto in un’intervista al Corriere della Sera sua sorella Arianna, capo della segretaria di Fratelli d’Italia. E cioè: «Quello sul referendum non è un voto sul governo». Che poi all’inizio era stata la linea di demarcazione indicata proprio dalla presidente del Consiglio.
Per capire fino in fondo questo brusco cambio della strategia elettorale per il referendum è utile leggere una recentissima intervista a Guido Crosetto. Il ministro della Difesa non usa giri di parole e definisce il referendum “un terno al lotto”. Perché, spiega, «la gente non sembra interessata ai quesiti referendari e quindi tutto dipenderà dall’affluenza…». Ma «se andasse a votare la maggioranza degli italiani vincerebbe il Sì».
Ecco quindi perché l’affluenza è diventata tanto importante in un referendum confermativo come quello del 22 e 23 marzo dove non c’è nemmeno bisogno di superare il quorum del 50 per cento. Il nodo della questione è che i sondaggi continuano a segnalare una bassa affluenza alle urne. E quindi oggi nessuno può dare al governo la certezza della vittoria del Sì. Anzi, visto che i due fronti sono molto vicini alla fine la composizione dell’elettorato che effettivamente si recherà alle urne può ribaltare il risultato.

Matteo Renzi
Quando si dice “composizione” si tirano in ballo le tipologie delle fasce elettorali: età, istruzione, livello economico, eccetera. Ora, siccome le elite urbane vicine al centrosinistra sono più informate e sensibili delle fasce popolari seguaci della destra, è facile prevedere un astensionismo maggiore tra gli elettori dei partiti della maggioranza. E questo potrebbe dare la vittoria referendaria al fronte del No.
Stando così le cose, Giorgia Meloni ha quindi deciso di scendere in campo chiamando a raccolta il suo elettorato. Ma per farlo ha dovuto collegare i complicati quesiti sulla giustizia a temi più ampi e cari alla destra come l’immigrazione. Ma questo adesso rischia di trasformare il confronto sulla riforma della giustizia in una battaglia politica tra maggioranza e opposizione. Con uno scontro che potrebbe trasformare il referendum in un voto pro o contro Giorgia Meloni.
Allora il pensiero va, inevitabilmente, al Matteo Renzi presidente del Consiglio e artefice (nel 2016) di un ambizioso referendum costituzionale per riformare Stato e Parlamento. E all’errore fatale che commise quando alzò i toni fino a trasformare la consultazione in un giudizio politico sul suo operato. Con il risultato di spingere tutta l’opposizione a coalizzarsi contro. Alla fine il No vinse con il 59,1%. Era il 4 dicembre 2016. Il giorno dopo Renzi annunciò le sue dimissioni da Palazzo Chigi.
