Höß capo di Auschwitz,
l’omologazione al male

«Mia madre aveva tentato di tutto per distogliermi da questo amore per gli animali, troppo pericoloso a suo giudizio. Invano. Ero e rimasi un passeggiatore solitario, e sopra ogni cosa preferivo giocare o lavorare da solo senza essere guardato. Non amavo essere osservato».

Höß, Rudolf Höß

Rudolf Höß

Un’infanzia comune nelle campagne tedesche a sud-ovest del paese, a lisciare cavalli, imitare il suono dell’acqua ed esplorare i boschi: un ritratto di banale quotidianità nei primi anni del Novecento europeo. Questo l’ingresso di Rudolf Höß nel mondo; per un bambino con scarse manie di protagonismo divenire il comandante di Auschwitz a 39 anni, (l’età in cui un senso di rivalsa verso le mancanze passate è deceduto), sono tanti gli sguardi in cui suscitare rispetto e terrore contemporaneamente. Una responsabilità di cui amava farsi carico, non senza qualche dubbio forse suscitato da un’ex formazione cattolica moralista, quindi prevalentemente nato per conseguenza involontaria che per pura analisi di coscienza mirata.
Höß è un uomo nella media sotto tutti i punti di vista: famiglia e lavoro rimangono le sue principali priorità. L’unica cosa in cui forse è capace di distinguersi è l’abilità di rimanere stoicamente lucido sotto pressione. Ne è un esempio lampante il periodo di cinque anni (dal 1923 al 1928) trascorso nel complesso penitenziario di Brandenburg (con una condanna iniziale prevista di dieci anni) per aver assassinato un presunto nemico dello Stato: il maestro Walther Kadow. Durante la sua prigionia legge voracemente, studia l’inglese con dedizione e assume una notevole disciplina mentale per mantenere vivo il suo interesse nei confronti della vita.
Se volessimo trovare un trauma nascosto o una ragione lontanamente lecita per giustificare le azioni deplorevoli di cui si è macchiato rimarremmo delusi. Höß non è un criminale o un delinquente cresciuto in un contesto di soprusi e prevaricazione, ha sempre condotto un’esistenza in linea con i principi e gli ideali del suo tempo, applicando addirittura un proprio codice morale in determinate circostanze.

Fila di deportati a Dachau

Non è esente dal giudicare con disprezzo le guardie che non rispettano le norme previste dalla prigione in cui risiede, o dal condannare l’abuso di potere se non esercitato per scopi costruttivi. Non a caso se l’esperienza è vissuta in prima persona e comprende un rapporto con il dolore e la fatica in tono prettamente egoriferito, la sua faziosa imparzialità si palesa.
Nella storia di Höß, per quanto la violenza ricopra un ruolo centrale solo nella seconda parte della sua vita, è doveroso ricordare che nella cultura che l’ha educato e nella sua personale psiche, esista una relazione intima di influenza reciproca.
Il futuro capo di Auschwitz ha nutrito sin dall’infanzia un forte senso del dovere, in particolare se a valorizzarlo era una figura che considerava gerarchicamente superiore: quando era bambino era il padre che lo sgridava e lo buttava giù dal letto di notte per non aver steso i panni, in fase adolescenziale era il giudizio del branco, uscito di prigione era il volere del Führer e dei suoi più vicini collaboratori.
Sostanzialmente un giudizio, o un’opinione, assumevano un valore intrinseco agli occhi di Höß se a pronunciarle era il momentaneo oggetto della sua stima.
E nel momento in cui questa certezza cade, subentra la dimensione linguistica come anestetico: le parole non sono più un mezzo di osservazione della realtà, bensì di identificazione e ricostruzione del mondo. Un mondo troppo debole per sostenere parole che si sorreggevano solo su intimidazione e repressione del diverso. Concetti labili privi di fondamenta, che infatti a seconda dei passeggeri protagonisti della storia si adattano secondo le esigenze temporali e culturali.

Adolf Hitler

La vera paura di Höß non è avere ripensamenti o riconoscere che il suo credo faccia acqua da tutte le parti, bensì non adempiere ai suoi doveri di uomo appartenente al Partito nazionalsocialista tedesco. Rimanere incastrati negli ingranaggi di una macchina difettosa è più importante che ammetterne i suoi limiti. Sarebbe oltraggioso per un uomo, il cui primo oggetto di venerazione è l’omologazione (al di sopra del Führer), reputare che la luce non provenga dall’alto.
Perché nella mimetizzazione provocata dall’approvazione della massa non esiste punizione, e se non esiste punizione vuol dire che ho svolto il mio dovere e non ho compiuto azioni sbagliate. Un uomo mediocre riscatta il premio senza porsi troppe domande. La colpa originaria di Höß non risiede nell’abbracciare un’ideologia malata e distruttiva, ma nel normalizzare il male come forma di successo perché non disturba, perché rimane impunito e quindi non in linea con la definizione di errore.
Non c’è da stupirsi se le perplessità di Höß iniziano a emergere in modo evidente solo quando il declino bellico della Germania è alle porte e il linguaggio non è più uno strumento con cui oscurare la realtà. Ora la favella è incastro associato all’azione.
Parole che avevano conquistato un intero paese ora lo mandavano in rovina: un vero colpo per un uomo che non ha mai saputo decifrare gli esiti dell’imminente futuro se non guidato da un braccio più lungo.
Il nazismo oggi è tecnicamente morto, nessuno stato ha un governo che promuove gli ideali della Germania annientata dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma l’eredità di uomini come Höß non è scomparsa, è più viva che mai.
Rinasce dalle ceneri ogni volta che abbassiamo il capo davanti a un torto subito da un’autorità considerata legittima: un voto a scuola che non meritavamo, uno stipendio che non riflette il nostro operato, fino a un grande male silente che non irrompe nelle nostre case perché lo conosciamo e la normalità non ci spaventa.