Il carisma non muore,
non è richiesto

Winston Churchill

Quante volte ascoltiamo quotidianamente, che sia alla radio, alla televisione o a una cena tra amici, l’opinione comune secondo cui i leader dotati di autentico carisma, coloro che un tempo ci salvarono dall’irreversibile caduta nel baratro, non esistano più?
Tempo fa feci un’intervista a Giorgio Moscatelli, ex inviato di guerra della Rai, e mi stupì la convinzione con cui non solo supportasse tale tesi, ma che il mondo di oggi, secondo Moscatelli, affronti una crisi politica generale più allarmante di quella che caratterizzò il secolo scorso.

Essendo figlia del nuovo millennio non posso né smentire né verificare, se non in retrospettiva, una visione così apparentemente estremista: è doveroso ricordare che il Novecento ha conosciuto due guerre mondiali, lo sfrenato imperialismo e l’avvento della bomba atomica. Senza dimenticare che il nostro emisfero è rimasto diviso per più di quarant’anni da una Cortina di ferro che assumeva le sembianze materiali di un profondo scontro ideologico.
Cedere alla nostalgica tentazione di credere che il mondo fosse un tempo un posto migliore è come raccontare a un bambino solo le parti positive di una bella fiaba; negando i racconti individuali: la prova tangibile che ogni generalizzazione è frutto di un singolo falso mito divenuto legge.

Leader carismatici, Margaret Thatcher

Margaret Thatcher

Se penso ai leader nel panorama politico odierno, mi risulta difficile cogliere l’eredità, anche solo oratoria, di figure come Winston Churchill, John Kennedy o Margaret Thatcher. Essi incarnavano la mancanza di timore verso il dissenso trasmesso con seducente autorevolezza, e trattenuto disincanto nei confronti della classe dirigente. Una non richiesta personificazione del concetto di carisma.
Per quanto riguarda il nostro paese è innegabile che l’ultimo uomo capace di spostare le masse, e costruire un mito intorno alla sua persona, è stato Silvio Berlusconi.
Come ogni personaggio politico che definisce la sua era, Berlusconi si è inserito in un contesto socialmente disilluso, che riservava nel pensiero controcorrente la sua unica possibilità di salvataggio e difesa della democrazia.
Perché il Cavaliere è stato l’ultimo a imporsi con tale decisione? Semplicemente perché accettava di dividere tanto quanto di unire l’opinione pubblica: era un leader mediatico (basti pensare al successo imprenditoriale raggiunto con Mediaset), ma era prima di tutto un leader carismatico. Il consenso collettivo non era la sua priorità, bensì una conseguenza delle sue imprese che ne favorirono un’esistenza duratura.

John Kennedy con la moglie Jaqueline

Ma quindi è vero che sono scomparsi questi tipi di leadership? O sono cambiate le modalità con cui vengono accolte in un arido ecosistema?
Sicuramente solo fino a trent’anni fa i media offrivano un tempo politico più lento, filtravano l’informazione con una cadenza permissiva nei confronti dello sbaglio o eventuale impreparazione: un’etica di tolleranza alla vulnerabilità politica che oggi sembra inesistente. Basti pensare alle personalità appartenenti al mondo dello spettacolo divenute vittime della “Cancel Culture”; per un commento poco riuscito risalente a un’epoca in cui i social media erano un vago miraggio hanno perso contratti e stima sociale. Nel discorso pubblico attuale l’errore non è contrattabile, non è parte di un processo decisionale volto al miglioramento e al dialogo tra elettore e leader politico.
Un aspetto fondamentale che ha contrassegnato il successo di esponenti politici come la temuta Lady di Ferro fu proprio assistere al seguente fenomeno: il passaggio da persona comune a personaggio, interprete di messaggi per la propria nazione. Non caricatura dilettantistica priva di riferimenti tangibili.

Leader carismatici, Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi

Thatcher fu un esempio di perseveranza nel mantenere una rigida linea di condotta: orgoglio per le proprie radici, protezione della famiglia, e rispetto per il ruolo genitoriale. Quest’ultima un tratto distintivo non solo del suo credo politico, bensì della sua crescita come donna e madre: quando era adolescente andava tutti i sabati mattina alla biblioteca comunale per scegliere due libri. Era solita selezionare un saggio politico e un romanzo che era piaciuto alla madre. Ma fu grazie a suo padre che divenne un’avida lettrice, un uomo privo di istruzione classica ma che seppe instaurare nel futuro primo ministro la dedizione e la disciplina necessarie per rendere memorabile la sua influenza sul mondo.
Quale personaggio politico odierno riesce nell’impresa di stupire con la stessa moderata sensibilità di Thatcher nel 1988 in un’intervista con Miriam Stoppard? Con lo sguardo che brillava di lacrime e fierezza al minimo accenno della sua infanzia con i genitori. E subito dopo parlava di patriottismo e rifiuto di uno Stato invadente nella vita dei suoi cittadini.
Un’era in cui il meschino dualismo tra buono e cattivo era relegato puramente ai cartoni animati, non privi anch’essi di zone grigie che la società del Ventunesimo Secolo fatica a giustificare.
Vogliamo dei leader giusti, che però non si sporchino le mani per raggiungere tale obiettivo. Ci piace l’integrità controllata, quella che non provoca disagio e non mette in luce le nostre mancanze, per questo siamo pronti a puntare il dito contro chi sguazza nei suoi demoni. Perché la coerenza che suscita impopolarità non può mai essere pulita.
Il carisma non è morto, ma non è richiesto: la politica è mercato, e ciò che diventa incompatibile con il guadagno è destinato ad alzare il prezzo da pagare in futuro.