Sulla Groenlandia l’ombra
del protettorato Usa

Il “Caso Groenlandia”, è esploso all’inizio del 2026 dopo le affermazioni e le minacce di Donald Trump, e sta creando gravi tensioni politiche nei rapporti tra Stati Uniti, Danimarca, Europa e, anzitutto, con la stessa Groenlandia, un Paese con una piccola popolazione – oggi di 57 mila abitanti – su un immenso territorio di 2 milioni 166 mila Kmq, sette volte l’Italia.
E il primo incontro tra USA, Groenlandia e Danimarca svoltosi a Washington il 14 gennaio 2026 per cercare una ragionevole soluzione al problema, è semplicemente servito a registrare la attuale incompatibilità delle rispettive posizioni.

Groenlandia, La Groenlandia coperta dai ghiacciai e dalla neve

La Groenlandia coperta dai ghiacciai e dalla neve

Gli appetiti americani sulla Groenlandia non sono, a dire il vero, una novità. Si erano già manifestati una prima volta 80 anni fa, durante un incontro a New York nel 1946 con il governo danese. Il governo Truman avanzò allora una formale richiesta di acquisto della Groenlandia, offrendo cento milioni di dollari in oro, alcuni miliardi di dollari odierni.
La proposta venne rifiutata dalla Danimarca. Ma nel 1951, dopo la nascita della NATO alla quale la stessa Danimarca aveva aderito, venne stipulato tra i due Paesi il cosiddetto “Accordo di Difesa” – che include ora, dopo la revisione del 2009, anche il Governo autonomo dell’Isola – il quale lasciava un ampio margine di libertà agli insediamenti militari degli Stati Uniti.
La prassi di procedere all’allargamento geografico degli Stati Uniti d’America mediante acquisto, che a noi europei suona stravagante, è stata invece abituale per gli Stati Uniti d’America nel corso di tutto il secolo dell’800. L’attuale territorio degli USA è stato infatti in buona parte ottenuto con compravendite. Si è iniziato nel 1803 con l’acquisto della Louisiana e di molti altri territori dai francesi di Napoleone. Nel 1819 è stata acquistata la Florida dalla Spagna. Il Messico, dopo la guerra persa del 1848, aveva ceduto California, Nevada, Utah, Arizona e parti di Texas e Colorado. E, infine, anche l’Alaska fu acquistata nel 1867 dallo Zar Alessandro II di Russia in cambio di 7 milioni e 200 mila dollari di allora.
Tornando alla Groenlandia, l’idea di acquistare l’Isola non è nuova per Trump. Già durante il suo primo mandato di Presidente, nel mese di agosto 2019, Trump disse che il suo governo aveva discusso la proposta di acquisto dell’Isola, dicendo però che si trattava «essenzialmente di un grosso affare immobiliare».
Ma i toni di Trump sono oggi cambiati e l’acquisto della Groenlandia ora non è più facoltativo: se non viene venduta, dice Trump, ce ne impadroniremo con la forza militare.

Abbraccio tra Xi Jinping e Vladimir Putin

Vale però la pena – tralasciando per un momento la brutalità e l’arroganza dei comportamenti trumpiani – di analizzare i possibili motivi che stanno facendo della Groenlandia un territorio di notevole valore strategico, dopo alcuni decenni nei quali sembrava che fosse divenuto meno rilevante, tanto è vero che gli Stati Uniti durante gli anni della “guerra fredda”, come ricorda il Wall Street Journal, avevano 17 basi operative con 10 mila militari, mentre hanno oggi operativa una sola base, quella di Pituffik, nell’estremo nord dell’isola, con circa 200 militari.
Tre motivi sembrano essere alla base del nuovo atteggiamento del governo USA, due legati alle conseguenze sulla Groenlandia del prevedibile cambiamento climatico e un terzo legato invece all’urgenza americana di realizzare strutture difensive contro i nuovi missili ipersonici.
Negli ultimi anni si è manifestata la realtà di uno scioglimento accelerato dei ghiacciai dell’area artica, e questo fatto produrrà un cambiamento nella funzione strategica della Groenlandia. La rivista specializzata CarbonBrief ha valutato in 105 miliardi di tonnellate la perdita di ghiaccio della zona artica nel biennio 2024-2025.
Lo scioglimento progressivo dei ghiacci renderà possibile la navigazione su rotte polari finora impraticabili, producendo un profondo riassetto delle rotte di navigazione mondiali. Il territorio e i porti della Groenlandia diverranno così fondamentali per garantire il controllo dei movimenti navali sia militari che commerciali in tutta la zona artica.
Non a caso la Cina si sta da tempo organizzando. In un “Libro Bianco” sulla politica artica pubblicato dal governo cinese nel 2018 veniva già delineata una “Via della seta polare”, una strategia mirante a creare un terzo corridoio commerciale tra Asia ed Europa, alternativo a quello terrestre (attraverso l’Asia Centrale) e a quello marittimo tradizionale (via Suez). Per avere un’idea di cosa ciò significhi, basti pensare alla previsione del libro bianco cinese: viaggiare per nave da Shanghai a Rotterdam via Artico richiederebbe circa 18-20 giorni, contro i circa 40 oggi necessari passando per il Canale di Suez.

Groenlandia, Donald Trump

Donald Trump

La seconda ragione strategica, che ha assunto grande importanza e urgenza negli anni più recenti con lo sviluppo esponenziale delle tecnologie legate alla intelligenza artificiale, riguarda le riserve giacenti in Groenlandia di terre rare e altri minerali critici come la grafite, oltre che di gas e petrolio. Le riserve di questi minerali sono ora stimate essere di grandissime proporzioni, pari – secondo istituti come JRS (Joint Research Center) o il GEUS (Geological Survey of Denmark and Greenland) – a circa il 20-25 per cento delle intere riserve mondiali. E le terre rare sono essenziali, come sappiamo, per sostenere lo sviluppo delle tecnologie digitali, ma sono oggi prevalentemente localizzate nel territorio della Cina.
Le grandi giacenze minerali della Groenlandia sono in realtà note da diverso tempo. Ma oggi solo 2 miniere sono operative e altre 2 in fase di apertura su un totale di 140 licenze, e ciò a causa anzitutto delle difficoltà create dal clima estremo e della mancanza di infrastrutture.
Anche in questo caso la prospettiva del cambiamento climatico, con lo scioglimento progressivo dei ghiacciai, renderà gradualmente praticabile ed economicamente sostenibile l’apertura delle miniere e l’estrazione delle grandi quantità di terre rare e minerali critici che si trovano nel sottosuolo.
La Groenlandia, dunque, da “affare immobiliare” è diventata ora un problema strategico, e proprio a causa di quel cambiamento climatico che lo stesso Trump si ostina ancora pubblicamente a negare ma di cui è invece evidentemente consapevole.

Il ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen e il ministro degli Esteri groenlandese Vivian Motzfeldt

Questi motivi di carattere strategico non spiegano però l’urgenza assoluta di controllo della Groenlandia che traspare dalle dichiarazioni di diversi esponenti del governo Trump. Questa urgenza è legata alla decisione americana di predisporre un complesso strumento difensivo denominato “Golden Dome” per proteggere gli USA da missili balistici, cruise e ipersonici. In questo progetto, il controllo del territorio, del mare e dello spazio aereo della Groenlandia è considerato fondamentale per poter intercettare tempestivamente i missili di nuova generazione, che non seguono una parabola prevedibile come i vecchi missili balistici. Volano bassi, sono estremamente veloci e possono cambiare direzione.

La modalità decisa dal governo Trump, di fronte a queste esigenze, non è stata quella di porre i problemi e discuterne le possibili soluzioni con gli alleati ma, al contrario, di cercare di imporre le proprie soluzioni sulla base dell’indiscutibile assioma “America First” che, tradotto nel caso della Groenlandia, significa o ci vendete il territorio o lo occupiamo con la forza.
La vendita agli USA viene rifiutata dagli stessi abitanti della Groenlandia certamente per ragioni di principio e per la volgarità della richiesta, ma anche perché il valore strategico futuro del territorio fa intravedere la possibilità di investimenti e ricchezza finora del tutto impensabili per gli stessi abitanti dell’isola artica.

La Groenlandia sotto il ghiaccio custodisce un mare di petrolio e di minerali rari

E la minacciata invasione militare avrebbe però conseguenze geopolitiche catastrofiche: un paese Nato che aggredisce un altro Paese Nato significherebbe inevitabilmente la fine della stessa alleanza, fondata proprio sul fatto che i Paesi aderenti si sono impegnati a garantire la loro reciproca sicurezza. E non dimentichiamo il particolare che, oltre alla Russia e agli USA, sono sei gli altri Paesi Nato che si affacciano sul circolo polare artico e sono quindi direttamente interessati al suo futuro.
Il governo Trump potrebbe eventualmente anche proporre, in via subordinata, una soluzione che non implichi la vendita del territorio ma che lo trasformi in una specie di “Protettorato”. Esistono già dei precedenti e riguardano alcune isole del Pacifico come la Repubblica di Palau, la Micronesia e le isole Marshall, con le quali è stato stipulato alla fine del secolo scorso, e da poco rinnovato per altri venti anni, il trattato denominato COFA (Compact Of Free Association).
Il COFA prevede che i Paesi mantengano formalmente la proprietà giuridica del territorio e la loro autonomia politica sulle questioni interne. Ma si tratta di poteri solo formali e inconsistenti.
Gli Stati Uniti, secondo il COFA, hanno infatti il diritto esclusivo di utilizzare il territorio, le acque e lo spazio aereo delle isole per scopi militari, ed hanno anche la assoluta prelazione sull’uso del territorio. La moneta circolante è il dollaro e i bilanci degli Stati sono per metà costituiti da finanziamenti americani, consistenti attualmente in 7,1 miliardi di dollari all’anno.
Questa ipotetica soluzione, in realtà, equivarrebbe anch’essa alla accettazione, da parte dell’Europa e della Groenlandia, del principio “America First” come la nuova regola fondamentale di gestione dei rapporti internazionali.
Groenlandia, Danimarca e Unione Europea riunite devono invece trattare con gli USA una soluzione che tenga conto degli interessi strategici di tutti, ad esempio con un aggiornamento dell’Accordo di Difesa del 1951, e che il futuro ruolo della Groenlandia si debba comunque fondare, anzitutto, sul consenso degli abitanti della stessa Groenlandia o, parlando in lingua Inuit, della “Kallalit Nunaat”, la “Terra degli Uomini”, come loro la chiamano.