Mohammad Hannoun,
aria del “lodo Moro”?

Ora che clamore e polemiche sembrano essersi sopite, è il caso di spendere qualche riflessione e azzardare qualche ragionamento a proposito degli arresti disposti dalla Procura nazionale antimafia e dalla procura di Genova, di quella decina di persone accusate sostanzialmente d’essere organiche di Hamas, fattivi complici dei loro crimini; nella fattispecie hanno non solo condiviso l’orrenda strage del 7 ottobre (e qui si è in quel sottilissimo crinale che divide l’opinione aberrante dalla criminale istigazione). L’accusa parla di massicce e continuate raccolte di fondi a parole destinati alla popolazione palestinese, nel concreto usati per nutrire la rete terroristica.

Mohammad Hannoun, Mohammad Hannoun

Mohammad Hannoun

Conta poco che l’input sia arrivato dalla Mossad israeliana o da altro servizio segreto; conta che le prove ci siano e reggano il dibattimento in tribunale. Ma questo lo si vedrà. Al momento si può dire che pur non nutrendo anche una sola briciola di simpatia per i tagliagole di Hamas, vale per tutti (dunque anche per gli arrestati) la presunzione di innocenza fino a dimostrata prova del contrario.
Al momento non si ha alcun elemento e ragione per sostenere che l’operazione che ha portato in carcere Mohammad Hannoun e gli altri sia fondata o meno. Ne sapremo di più a tempo debito (si spera non infinito), per dare giudizi e valutazioni di un qualche valore e consistenza. Però, fin da ora, ha colpito la parte finale del comunicato firmato dai due titolari dell’inchiesta, i procuratori Giovanni Melillo e Nicola Piacente:
«Come ovvio, le indagini e i fatti attraverso esse emersi non possono in alcun modo togliere rilievo ai crimini commessi ai danni della popolazione palestinese successivamente al 7 ottobre 2023 nel corso delle operazioni militari intraprese dal Governo di Israele, per i quali si attende il giudizio da parte della Corte Penale Internazionale, da rendersi in conformità allo Statuto di Roma, ratificato da 125 Stati Membri, fra i quali, in un ruolo di impulso e sostegno, l’Italia. Allo stesso tempo, tali crimini non possono giustificare gli atti di terrorismo (compresi quelli del 7 ottobre 2023) compiuti da Hamas e dalle organizzazioni terroristiche a questa collegate ai danni della popolazione civile, né costituirne una circostanza attenuante. Per la giurisprudenza di legittimità costituiscono, infatti, atto terroristico le condotte che, pur se commesse nel contesto di conflitti armati, consistano in condotte violente rivolte contro la popolazione civile, anche se presente in territori che, in base al diritto internazionale, devono ritenersi illegittimamente occupati».

Aldo Moro

Che c’azzecca, per dirla in linguaggio dipietresco, questa parte del comunicato? Perché ci si preoccupa di far sapere che l’inchiesta non può togliere in alcun modo rilievo ai crimini commessi ai danni della popolazione palestinese e il contemporaneo sostenere che gli atti commessi dai presunti terroristi «non possono essere sono in alcun modo giustificabili». Curioso questo voler dare un colpo al cerchio e un colpo alla botte.
Chissà se è un “messaggio”, nella logica del tanto a parole deprecato “lodo Moro”, un modo per dire: li abbiamo arrestati, ma proprio perché non ne potevamo fare a meno, la stavano facendo troppo sporca, ma tutto sommato vi capiamo. Qualcuno ha “consigliato” quel brano del comunicato, o sono le procure che nutrono qualche timore e cercano di porre uno scudo a ritorsioni e reazioni? Oppure ancora una volta, nel cercare di applicare la legge si “scivola”, consapevoli o no, nella valutazione politica, ennesima invasione di un “campo” che non è proprio?
È possibile che si galoppi di fantasia, ma spesso la realtà si è dimostrata più fantasiosa delle “immaginazioni”. Come sia, quel passaggio finale, ronza come la proverbiale pulce nell’orecchio.
Il ronzio si fa più insistente nell’ascoltare le affermazioni del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: si schiera al fianco di Melillo e Piacente, “oggetto” di numerose critiche in relazione alla “coda” del loro comunicato.

Matteo Piantedosi

Piantedosi, in particolare rivolto alle critiche mosse da Maurizio Gasparri di Forza Italia, dice di aver «interpretato positivamente» le parole di Melillo riguardo l’indagine sui finanziamenti italiani ad Hamas per il quale «il caso Hannoun non cancella i crimini di Israele». Piantedosi fa sapere di aver capito in maniera corretta le parole di Melillo perché «in questi mesi si è detto di tutto, e c’è chi ha ritenuto che si potesse giustificare tutto in considerazione delle critiche legittime» rivolte al governo di Israele. Per il ministro, l’affermazione del magistrato dimostra che «al di là della posizione» di Tel Aviv, i fatti per cui sono scattati gli arresti in Italia «costituivano attività terroristiche». Conclude dicendo di «annettere una certa importanza a quello che è stato detto».
Nulla da eccepire sulle interpretazioni del ministro Piantedosi: vedremo se è “positiva” e corretta la sua, se sono “negative” quelle di altri, Gasparri compreso. Ma perché interviene il ministro dell’Interno, in una polemica che vede coinvolti due magistrati? La sua discesa in campo la si potrebbe capire se a essere criticata fosse stata la Polizia di Stato; e comunque anche in quel caso, meglio avrebbe fatto a osservare la regola del silenzio: che si addice in generale al ministro dell’Interno, più che mai per una delicata vicenda come questa, con risvolti e appendici internazionali e ancora “aperta”.
Si è certamente maliziosi nel credere che l’esternazione rientri nei ricorrenti maldipancia all’interno del destra-centro. Dunque, è da escludere che un ministro in quota Lega abbia colto l’occasione per rimbeccare un esponente della “rivale” Forza Italia.
Resta il fatto che il ministro dell’Interno che difende una “coda” stonata di comunicato elaborato e diffuso da due magistrati è quantomeno bizzarro: come dicono in Veneto, «Xe pèso el tacòn del buso».