Il tabù dell’amore
tra l’uomo maturo
e la ragazza giovane

Da Luis Buñuel con “Quell’oscuro oggetto del desiderio” nel 1977, a Roman Polanski con “Luna di Fiele” quindici anni dopo, è difficile non trovare nella filmografia di uno dei maestri della settima arte, un film che escluda la narrativa dell’uomo disilluso di mezza età destabilizzato da una giovane donna perturbante (spesso appena uscita dall’adolescenza).

Buñuel,, Fernando Rey con Carole Bouquet

Fernando Rey con Carole Bouquet

Nella società odierna le relazioni caratterizzate da una significativa differenza d’età sono ancora uno scandaloso tabù; complice la cultura occidentale che nei secoli scorsi ha beneficiato dell’asimmetria anagrafica nell’unione tra uomo e donna per cementare basi funzionali, e demonizzato la scoperta di sé tramite l’altro.
La storia ha conosciuto diverse coppie che hanno indebolito il consenso sociale, non con l’intenzione di sviluppare piacere per la trasgressione, ma con lo spirito di amare senza vincoli imposti dalla paura collettiva di scegliere la propria idea di felicità.
Basti pensare a Jean-Paul Sartre e Arlette Elkaïm: una relazione intellettuale e di dipendenza reciproca con l’intreccio di una paternità simbolica tra una figura europea già monumentale e una segretaria, dove il potere si cristallizza, ma non avviene un crollo delle certezze o una vera trasformazione.

Fernando Rey con Angela Molina

In “Quell’oscuro oggetto del desiderio” Buñuel utilizza un escamotage visivo particolarmente convincente quando decide di affidare il ruolo dell’oggetto del desiderio (Conchita) a due attrici distinte: Carole Bouquet che rappresenta la parte emotivamente disturbante e travolgente, e Angela Molina la proiezione idealizzata del femminile dal protagonista Mathieu, interpretato da Fernando Rey.
Mathieu vede realmente due donne distinte; ama Conchita quando è vibrante e istintiva nella dimensione di Bouquet, ma riesce a sostenere l’inverosimiglianza del suo sentimento solo nel momento in cui Conchita diventa Molina, piacevole e accomodante, facilmente addomesticabile a seconda dei suoi bisogni.
È un uomo costantemente in bilico tra il desiderio di abbandonarsi alla naturale persuasione della donna amata, e rimanere ancorato ai vizi del suo fragile ego.
In una scena specifica Buñuel adotta un’immagine che racchiude in maniera magistrale l’essenza di un rapporto dove il conflitto interno supera la capacità di amare dei due amanti: un ago che tesse una tela insanguinata. Un simbolo potentissimo che suscita disagio perché obbliga lo spettatore a ricordare l’inesauribile dannosità di un ciclo nato per soffocare ferite senza guarirle.

Una scena del film Breezy

“Quell’oscuro oggetto del desiderio” denuncia l’impossibilità del cambiamento, atteggiamento filosofico che riprende in chiave più ossessiva Polanski in “Luna di Fiele”, una parabola in cui l’uomo dichiaratamente intellettuale cade vittima delle sue fantasie e le privilegia alla protezione dell’amore.
Entrambe visioni nichiliste, che involontariamente dialogano con il vissuto di Jean-Paul e Arlette, ma solo in parte, perché il legame di quest’ultimi è comunque sorretto da un equilibrio, seppur scostante e non sempre sano.
A differenza del caso di Charlie Chaplin e Oona O’Neil; all’epoca Chaplin era un uomo di cinquantaquattro anni con una vita sentimentale disordinata e un’evidente difficoltà a costruire continuità, finché una ragazza di diciotto anni entra nel suo mondo sconvolgendolo definitivamente.
Un racconto simile viene affrontato in una delle prime prove registiche del texano dagli occhi di ghiaccio: Clint Eastwood.
Il film è “Breezy” uscito nel 1973 con un William Holden ormai in declino che affronta la perdita di controllo verso l’età che avanza come il suo personaggio Frank, un agente immobiliare divorziato e disilluso nei confronti del prossimo. Ma l’incontro con un’hippie diciasettenne si tradurrà in una svolta disarmata.

William Holden e Kay Lenz nel film Breezy

Breezy non è un’acerba lolita pronta a soddisfare delle perversioni sessuali, bensì una ragazza guidata da nobili sentimenti che curano i dolori di un uomo invecchiato presto, che non è mai cresciuto con un’identità libera da autoimposizioni.
Frank capisce di non aver mai conosciuto il vero volto dell’amore fino a quando non scopre che ciò che prova per Breezy non l’ha mai sperimentato prima di allora: un riconoscimento fatale che distrugge anni di solide certezze.
Eastwood non moralizza, non lancia sentenze, osserva con lucidità il capovolgimento di valori e credenze a cui spesso ci aggrappiamo con il timore di soffrire percorrendo la strada meno illuminata.
Sia il cinema che la realtà ci dimostrano come il problema nei rapporti tra uomini e donne che si amano o pensano di farlo, non risieda nella differenza d’età bensì nella struttura del desiderio. Se la donna diventa evento e non oggetto c’è una possibilità concreta che l’uomo possa evolversi e smettere di scappare dalla felicità che segretamente odia perché è consapevole di non saperne reggere il peso.
Inoltre le esigenze femminili si trasformano in prese di posizione che confermano autonomia e indipendenza, voltando le spalle a una lettura semplicistica che vede una giovane donna in preda alle manipolazioni di un uomo incapace di amare come il padre.
Il cinema non smette mai di confessare i bisogni primari dell’uomo, che decidiamo di chiamare sogni per proteggere i nostri segreti.