
Combattimento tra un greco e un’amazzone – Cratere del pittore delle Niobidi – Museo Nazionale di Agrigento -Antichità Classica le Garzantine
La guerra, nell’immaginario collettivo, è sempre stata lo spazio per eccellenza della virilità: un collante nel passaggio tra membro della famiglia, e messia dei valori dinastici legati all’orgoglio patriottico e la dignità umana.
Le prime tracce di conflitti sistematici risalgono alla Preistoria, dove l’età media di un combattente si aggirava intorno ai ventitré anni. Un ideale considerato prestigioso, sinonimo di coraggio e resilienza, i cui dannosi lasciti sono perpetrati nella civiltà odierna.
Ma le donne hanno contribuito alla proliferazione di questo mito? Credevano nell’efficacia della sua attuazione? O preferivano custodire la vita in quanto la loro esistenza è l’antitesi stessa di questo brutale fenomeno?
Nel corso della storia le donne sono state: infermiere, spie, operaie, partigiane, ma guerriere lo sono diventate in primo luogo solo nella dimensione letteraria.
Grazie alla mitologia greca assistiamo alla nascita delle Amazzoni, un popolo di guerriere indipendenti dagli uomini che vivevano ai confini del mondo conosciuto come in Asia Minore o nel Caucaso. Recentemente abbiamo rilevato prove tangibili della loro presenza nell’area delle steppe tra il Mar Nero e l’Asia centrale, dove giacciono corpi appartenenti a donne sepolte con armi, cavalli e armature verso il VII e il IV secolo a.C. Non è quindi da escludere la probabilità che i greci abbiano esaltato e mitizzato le imprese di queste antiche eroine.

Una donna lavoratrice – Avanti della Domenica – Da Almanacco Socialista Psi
In epoca contemporanea poche autrici hanno saputo rendere il corpo femminile un archivio storico di traumi e sacrifici imposti dall’esperienza bellica come Isabel Allende; da Eva Luna nel 1987 a Emilia del Valle nel 2024, secoli di colonialismo e guerre si sono incisi come cicatrici nelle avventure delle sue protagoniste.
La sensibilità artistica di Allende è stata fortemente influenzata da un evento chiave nella sua vita: il golpe cileno del 1973. Dopo la caduta del presidente Salvador Allende (cugino del padre), per nome di Augusto Pinochet, la giovane scrittrice inizia a lavorare come giornalista, ma la forte repressione del governo la costringe a cercare asilo politico prima in Venezuela, e successivamente nella sua nuova casa, gli Stati Uniti. Un elemento che diviene un filo conduttore nelle sue opere nella ricerca di comprensione, e soprattutto condanna nei confronti della violenza.
Nel suo ultimo romanzo Il mio nome è Emilia del Valle Allende trasforma in memoria politica l’emancipazione individuale e creativa avviata con Eva Luna negli anni Ottanta. Emilia è una ragazza di ventitré anni (l’età media di un soldato al fronte), aspirante giornalista, figlia di una immigrata irlandese e di un padre di cui conosce solo il nome nella San Francisco di fine Ottocento.
La giovane vuole respirare l’aria del conflitto versato sul territorio cileno durante la burrascosa guerra civile del 1891.

Isabel Allende
Ciò che colpisce di Emilia è la sua capacità di rinascere dopo ogni incontro con la morte: il suo corpo usato la prima notte di amore diventa un tempio di rispetto nelle braccia dell’uomo che ama. Il suo talento come narratrice, all’inizio ridicolizzato, viene successivamente accolto con stupore e sgomento per aver superato l’idealizzazione politica del presidente José Manuel Balmaceda: figura di eminente rappresentazione cilena mossa da nobili intenzioni come la modernizzazione del Paese, ma che si scontra con il Congresso cileno, dominato dall’élite dei grandi proprietari terrieri.
Emilia riesce nell’ardua impresa di percorrere le strade che si aprono nella mancata realizzazione di ideali che credeva inviolabili; arrendendosi alla superiorità della caducità della vita.
In Il mio nome è Emilia del Valle si percepiscono i quarant’anni intercorsi dal realismo magico di Eva Luna: la guerra è ora contemplazione mordace, che si aggrappa alle speranze di rivoluzione che hanno reso il romanzo del 1987 un inno al cambiamento.
Se in Eva Luna Allende esplora la sua voce come strumento di indagine femminista radicata nella meraviglia, nel suo ultimo lavoro costringe il lettore a rimanere nel mondo che ha costruito senza cullarlo con espedienti che rischiano di oscurare la durezza della sua prosa.
