La cosiddetta “imposta patrimoniale” ha conquistato le prime pagine dei giornali internazionali e italiani dopo l’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York e il dibattito apertosi in Francia sulla “Taxe Zucman”, dal nome dell’economista francese Gabriel Zucman.
In realtà Mamdani non ha proposto una imposta sul patrimonio ma sul reddito: il 2 per cento sui redditi annui superiori a 1 milione di dollari, mentre Zucman propone invece di tassare con una imposta del 2 per cento i patrimoni netti al di sopra dei 100 milioni di euro. In Italia la Cgil ha recentemente proposto una imposta pari all’1,3 per cento sui patrimoni netti superiori a 2 milioni di euro.

Zohran Mamdani
Le proposte sono molto diverse tra loro, ma sono tuttavia espressione di un comune indirizzo: chiedere a coloro che hanno grandi disponibilità patrimoniali di contribuire in modo più significativo alle necessità finanziarie della comunità.
Più in generale, il quesito che ci dobbiamo porre è: i nostri attuali sistemi fiscali sono effettivamente equi e progressivi? E come possiamo correggerne le distorsioni?
La risposta a queste domande è naturalmente legata alle effettive condizioni economiche e finanziarie di ciascun paese, al livello dei suoi servizi pubblici e alla struttura del suo prelievo fiscale. Se guardiamo all’Europa e agli Stati Uniti possiamo però certamente affermare che, pur nella diversità delle situazioni di ogni Paese, il principio della progressività fiscale è decisamente in crisi e talvolta dimenticato o addirittura abbandonato.
Il problema non è l’aumento del gettito fiscale. Non solo una vera lotta alla evasione fiscale, ma anche una migliore progressività può infatti consentire, con un gettito più equilibrato, di ridurre le imposte o di fornire più servizi ai soggetti meno abbienti e quindi di ripristinare una solidarietà sociale oggi in evidente difficoltà. Sono questi, del resto, i principi alla base dell’articolo 53 della nostra Costituzione sulla progressività delle imposte.
Se guardiamo all’Italia del 2025 vediamo, ad esempio, che le entrate erariali che possono ancora essere considerate progressive non raggiungono ormai il 40% del totale del gettito e riguardano essenzialmente i redditi di lavoratori dipendenti e pensionati. Il rimanente 60% delle tasse è invece calcolato con criteri che prescindono dalla entità dei redditi effettivi.

Due operai Stellantis al lavoro su una Tonale a Pomigliano D’Arco
Il sistema fiscale italiano, nel corso degli anni, è infatti progressivamente divenuto un labirinto di “flat tax”, cedolari secche, regimi speciali, detrazioni e “bonus” che ne rendono l’effetto finale confuso e regressivo o a vantaggio solo di particolari categorie di redditi e, in ogni caso, fortemente premiante per i redditi e i patrimoni molto elevati.
Questo groviglio fiscale determina ingiustizie evidenti: l’IRPEF colpisce oggi in Italia con differenti livelli di imposta contribuenti che hanno lo stesso reddito, tendenza che si è accentuata negli ultimi tre anni con le norme fiscali anti-progressività introdotte dal governo Meloni come le cosiddette “flat tax”, che sono aliquote fisse e non progressive sul reddito di determinate categorie, o anche come la riduzione del numero delle aliquote Irpef.
I redditi da capitale come dividendi, interessi, plusvalenze sono tassati separatamente con imposte fisse e con aliquote comprese tra il 12,5 e il 26 per cento, senza limiti di dimensione del capitale interessato. Si pensi che un reddito da lavoro o da pensione di 28.000 euro, soggetto ad una aliquota Irpef statale del 23 per cento, a cui si aggiungono le imposte regionali e comunali, paga quindi le imposte con una aliquota pari o superiore a quella di rendite finanziarie di qualunque entità.
Il problema che abbiamo di fronte non è dunque quello di pensare alla patrimoniale come a una imposta aggiuntiva, ma di rendere più equilibrato il carico fiscale tra i cittadini in rapporto alle loro effettive disponibilità e di ridurre il carico per quei redditi per i quali la pressione fiscale è oggi troppo elevata.
Ma l’idea di una imposta sui patrimoni di rilevante dimensione viene spesso rifiutata come se fosse associabile al concetto di “esproprio”.

Maurizio Landini ed Elly Schlein
Nella comunicazione politica del nostro paese, da Berlusconi in poi, il termine “imposta patrimoniale” è stato spesso assimilato a quello di «mettere le mani nelle tasche degli italiani» e Giorgia Meloni, attuale presidente del Consiglio, ne segue le orme: ha infatti recentemente affermato, parlando a Napoli, che l’idea di una patrimoniale è una «ricetta bizzarra e tardocomunista» e che «fin quando governiamo noi la patrimoniale non ci sarà».
Giorgia Meloni dimentica di dire, anzitutto, che in Italia alcune imposte patrimoniali ci sono già e che il suo governo sta continuando ad applicarle senza alcun accenno di ripensamento: sono, ad esempio, l’Imu, la tassa di successione e l’imposta di bollo. Queste “dimenticate” imposte patrimoniali hanno generato nel 2024 un apprezzabile gettito complessivo pari, secondo l’Ufficio Studi della Cgia di Mestre, a 51,2 miliardi di euro. E l’assenza di una esplicita imposta sul patrimonio finanziario non ha impedito alla pressione fiscale italiana di questi ultimi anni di crescere continuamente: dal 41,2 per cento in rapporto al Prodotto interno lordo nel 2023, al 42,5 per cento nel 2024, e infine al 42,8 per cento nel 2025.
Per quanto poi riguarda l’ipotesi che una imposta patrimoniale sarebbe “tardocomunista”, Giorgia Meloni dovrebbe spiegare come mai in Cina il governo comunista non abbia finora istituito una imposta sul patrimonio, mentre tale imposta esista in Svizzera da moltissimo tempo: la sua prima istituzione avvenne addirittura nel lontano 1848, alla nascita della Confederazione elvetica e, in forme ovviamente aggiornate, è tuttora vigente.

Giorgia Meloni
Questa descrizione “espropriativa” di una imposta patrimoniale nasconde in realtà un indirizzo politico teso ad indebolire la progressività fiscale, ma un rapido esame del caso concreto della vicina Svizzera, paese non certo dominato da una cultura politica economica collettivista, smentisce alla radice tale impostazione.
Guardando al sistema fiscale svizzero vediamo che la Confederazione prevede nelle sue leggi una imposta patrimoniale chiamata “Imposta sulla Sostanza”, con aliquote progressive in rapporto all’ammontare della “Sostanza”.
L’imposta si applica al patrimonio immobiliare e mobiliare posseduto, comprese oggi le criptovalute, è appunto progressiva, e prevede criteri e fasce di esenzione. Il patrimonio considerato è al netto dei debiti.
L’imposta sulla sostanza non è federale ma è attribuita direttamente ai Cantoni svizzeri che la gestiscono insieme ai Comuni, fatto questo che determina anche uno stretto rapporto tra il gettito di questa imposta e la gestione dei servizi cantonali e comunali.
Nei 26 Cantoni svizzeri l’imposta sulla sostanza viene ovviamente applicata in modi spesso molto diversi tra loro. Per semplicità di descrizione ci possiamo riferire al Cantone di lingua italiana, il Canton Ticino.

Il Parlamento Svizzero a Berna
La legge tributaria del Canton Ticino del 1994 elenca, all’articolo 1, le imposte previste: a) un’imposta sul reddito e sulla sostanza delle persone fisiche; b) un’imposta sull’utile, sul capitale e sugli immobili delle persone giuridiche; c) un’imposta alla fonte sul reddito di determinate persone fisiche e giuridiche; d) un’imposta sugli utili immobiliari; e) un’imposta sulle successioni e sulle donazioni.
Per quanto riguarda l’imposta sulla sostanza delle persone fisiche si prevede, attualmente, che la aliquota del Cantone sia progressiva e compresa tra lo 0,1 e lo 0,25 per mille del patrimonio al netto dei debiti, e che sia poi integrata da una aliquota comunale. La quota di patrimonio esente da imposta è fissata in 200.000 franchi svizzeri. Nel 2025, ed esempio, la aliquota finale sulla sostanza è pari allo 0,30 nel comune di Lugano e allo 0,40 in quello di Chiasso. Ma vi possono essere importanti variazioni tra i Cantoni: nel Cantone di Ginevra, ad esempio, l’aliquota sale allo 0,80.
La presenza di un apprezzabile gettito della imposta sulla sostanza è anche uno dei fattori che consentono alla Svizzera di mantenere ad un basso livello altre imposte federali, come ad esempio le imposte sul reddito o l’imposta sul valore aggiunto. E non risulta, peraltro, che tale imposta abbia determinato fughe di capitali.
Il caso svizzero è naturalmente legato alla particolare storia della nascita della Confederazione Elvetica, nella quale una forma di tassazione del patrimonio aveva addirittura preceduto la tassazione del reddito. Ma, più in generale, esso indica con chiarezza che una ragionevole imposta sul patrimonio può contribuire in modo efficace alla costruzione di un sistema fiscale più equo e progressivo senza provocare sconvolgimenti politici o economici.
