Sulla scheda non c’era il suo nome. Così, arroccato in quella Casa Bianca che devasta per fare posto a un salone da ballo, Donald Trump giustifica la sconfitta secca, sua e del suo MAGA.

Donald Trump
Nello Studio ovale arredato con uno stile a metà tra i “Sopranos” e i “Casamonica”, spiega che è anche colpa dello shutdown, che paralizza mezza America da settimane, il più lungo della storia: lo shutdown, per inciso, è il risultato dell’incapacità del Partito Repubblicano di trovare un compromesso con i Democratici per poter approvare la legge di Bilancio.
Trump non dispone della maggioranza necessaria nel Congresso, vuole fare il braccio di ferro per dimostrare di essere un “duro”. Il risultato è un logorante nulla di fatto e comunque prima o poi si dovrà piegare, perché qualsiasi cosa desideri e pensi d’essere, non ha comunque il potere di fare quello che gli pare. I risultati elettorali sono lì, a confermargli un’amarissima (per lui e i suoi sodali) realtà.
La realtà è che Trump e il suo MAGA hanno perso ovunque: hanno perso a New York; hanno perso in Virginia; hanno perso in New Jersey; hanno perso a Detroit, la città più popolosa del Michigan; hanno perso a Cincinnati, nel sonnacchioso Ohio.

Zohran Mamdani
Zhoran Mamdani è il sindaco di New York. Straccia il suo avversario, il “tradizionale” Andrew Cuomo, figlio dell’ancora popolare governatore dello Stato di New York Mario, appoggiato dall’establishment del Partito democratico. Mamdani (la cui vittoria era prevista, sia pure non in queste dimensioni) ha avuto partita relativamente facile: New York è città da sempre eccentrica; la sua storia è contrassegnata da sindaci che in altre realtà non avrebbero avuto possibilità. N.Y.C., per quanto fascinosa, tuttavia non è lo “specchio” degli Stati Uniti, come del resto non lo sono altre due metropoli, entrambe in California: Los Angeles e San Francisco.
Il polso del paese è altrove. Ora vedremo se e come Mamdani riuscirà a mantenere le promesse fatte, tante davvero imprese ciclopiche. Ad ogni modo indicativo che molta parte di elettorato newyorchese, che nelle elezioni presidenziali aveva accordato un certo credito a Trump, questa volta gli ha voltato le spalle.

Votanti per il sindaco di New York
Trump, consapevole che il candidato repubblicano non aveva alcuna possibilità, in zona cesarini ha dato indicazione di votare Cuomo. Una sorta di bacio della morte. Sarà interessante, ma ci vorrà tempo per saperlo, come ha votato la folta comunità ebraica di New York. Mamdani è musulmano; è ferocemente critico dell’operato del governo di Benjamin Netanyahu; una quantità di rabbini si sono mobilitati contro di lui. Ma forse la componente ortodossa e integralista del mondo ebraico newyorchese pesa meno di quanto si creda.
La sconfitta di Trump è stata secca, inequivocabile. Nel vicino New Jersey trionfa Mikie Sherrill. La sua carta vincente è stata garantire la “continuità”, e la stabilità amministrativa, che prevede, tra l’altro, la difesa dell’Obamacare, il programma di assistenza sanitaria che Trump vede come fumo negli occhi.

Mary Sheffield sindaca di Detroit
Repubblicani sconfitti anche in Virginia. Qui, l’analisi del voto si fa interessante. A contendersi la poltrona di governatrice due donne: vince la democratica Abigail Spanberger, ex agente della CIA, politica moderata e pragmatica; ha vinto la corsa a governatrice, diventando la prima donna a ricoprire quella carica nello Stato. Ha battuto Winsome Earle-Sears, vicegovernatrice repubblicana, fortemente sostenuta da Trump e dal movimento MAGA, la Earle-Sears come programma aveva lo smantellamento del settore pubblico. Gli elettori hanno risposto con una pernacchia.
Una donna democratica sindaco (è la prima volta) nella popolosa Detroit, in Michigan, città simbolica dell’America industriale: eletta Mary Sheffield, mette al tappeto il reverendo Solomon Kinloch. Si può poi andare a Cincinnati, città del “sonnolento” Ohio, uno Stato che premia i repubblicani. Non questa volta: Aftab Pureval sconfigge Cory Bowman, pastore e imprenditore, fratellastro del vicepresidente James D. Vance.

Gavin Newsom
Notizie positive (per i Democratici) anche dalla California; ma quello è uno stato tradizionalmente democratico, che si è consentito poche “stecche”: con Ronald Reagan e con Arnold Schwarzenegger. Ma Reagan, per quanto conservatore, era comunque laico, il primo presidente divorziato e il suo pensiero era stellarmente lontano da quello di Trump.
In quanto a Schwarzenegger, al pari di altri repubblicani all’ultima corsa per la Casa Bianca ha sostenuto Kamala Harris. L’attuale governatore della California Gavin Newsom è artefice di un programma che si è tradotto in cinque nuovi seggi elettorali alla Camera un tempo feudi dei repubblicani. Preziosi in vista delle elezioni di Mid Term del 2026. Per inciso: Newsom sta già scaldando i muscoli per le prossime elezioni presidenziali. Sarà lui il front runner dei Democratici?
Al momento quello che si può dire è che Trump, MAGA, le loro politiche, ne escono a pezzi. I repubblicani ne prenderanno atto, oppure il partito dell’elefante è preda di una metastasi trumpiana inguaribile? E il Partito Democratico, ne saprà approfittare, riuscirà a trovare un punto di equilibrio tra l’ala “radicale” dei Bernie Sanders, delle Alexander Ocasio-Cotez e ora dei Mamdani, con quella più tradizionale e moderata emersa dal voto della Virginia e del New Jersey? La scommessa in fin dei conti è questa.
Ha vinto la politica concreta, delle soluzioni possibili ai problemi quotidiani; del pragmatismo. Trump è stato punito. Ha perso. I Democratici impareranno a vincere?
