L’odio è peggio
del kalashnikov

Moltissimi commentatori, parlando soprattutto della Palestina, ma anche dell’Ucraina e di molte altre guerre in giro per il mondo, buttano là la parola odio, mettendola però, per così dire, tra parentesi, come una specie di corollario che non si può fare a meno di menzionare. Solo il Papa sembra sapere cos’è veramente l’odio. Quello che interessa ai grandi esperti di “geopolitica” che invadono giornali e talk show, sono le grandi strategie dei conflitti tra Stati o fra diverse comunità come i palestinesi o gli israeliani, e l’interesse si concentra soprattutto su ipotesi più o meno fondate su come potrebbe andare a finire.

Papa Leone XIV

La tregua fra Israele e Palestina terrà? Trump ha fatto il miracolo di ottenere una tregua, ma porterà alla pace anche se molte ostilità sono ricominciate? Voglio concentrarmi sul lunghissimo conflitto fra Israele e la Palestina e per molti anni tra Israele e tutto il mondo arabo. Dappertutto l’odio appare come una costante dei conflitti, anzi come una conseguenza dei conflitti, mentre invece ne resta la ragione principale.
Il mondo arabo e i palestinesi chiamano naqba, e cioè catastrofe, quello che è accaduto a loro sin da quando venne creato lo Stato di Israele e dopo le guerre vinte da Israele contro gli Stati Arabi circostanti. L’odio tra israeliani e palestinesi nasce quindi quasi ottanta anni fa, e la naqba viene commemorata il 15 maggio di ogni anno.
Il terrorismo palestinese, da quello di Arafat agli orrendi fatti del 7 ottobre, è, che lo si voglia o no, l’espressione di una guerra di poveri che non possono scontrarsi attraverso un esercito regolare contro la discriminazione e la persecuzione che Israele ha perpetrato contro i palestinesi per otto decenni.

La parola odio, Terroristi di Hamas sfilano con i corpi di civili e militari israeliani

Terroristi di Hamas sfilano con i corpi di civili e militari israeliani

Però l’odio non è una piccola conseguenza degli attuali conflitti, ma la sua causa principale. Cerchiamo di capire perché l’odio è un’arma imbattibile e letale. La guerra si fa con fucili, bombe e cannoni, mentre l’odio, il grande male dell’anima, può mettere il grilletto su un bastone, su una pietra, sul rifiuto di fare qualcosa e su mille altri gesti di violenza. Però l’odio non si vede come un kalashnikov, sta nelle menti e nei cuori, non solo dei maschi, ma delle donne e dei bambini e ognuno lo estrinseca con i mezzi che ha. L’odio è invisibile perché non si può combattere con le armi, e anzi, bombardamenti a tappeto e massacri di innocenti, gli forniscono l’aiuto più prezioso. Si possono sterminare i terroristi, o quelli che si ritengono tali, ma un terrorista non ha una divisa, non ha una faccia diversa da quella di tutti noi, né tatuaggi sul corpo e sulle braccia. L’odio sembra soprattutto imbattibile, come abbiamo visto in Palestina dal 1948.
Ma questo male dell’anima che colpisce anche un bambino di pochi anni di età, è davvero imbattibile? Ippocrate, il creatore della medicina, era anche un gigantesco politico, perché il giuramento che ha inventato per i medici prescrive che il dottore deve giurare di non fare differenza tra uomini e donne, liberi e schiavi, e lo ha detto quattrocento anni prima di Cristo.

La parola odio, Un bombardamento israeliano di Gaza

Un bombardamento israeliano di Gaza

Grazie a Paolo Mieli e alla sua trasmissione Passato e Presente, ho scoperto una straordinaria donna italiana, Elisa Chimenti, che aveva vissuto in Marocco al confine tra il 1800 e il 1900, seguendo suo padre, un medico italiano, che curava i più deboli in quell’antico paese. Il suo libro Au coeur du Harem è stato pubblicato nel 1958 nella sua versione francese, ma l’Italia ha ignorato questa straordinaria donna che aveva creato, in Marocco, una scuola che educava i ragazzi nelle tre grandi culture, cristiana, islamica ed ebraica. La scuola fu ovviamente chiusa dal fascismo ma una testimonianza delle convinzioni delle donne marocchine, raccolta nel suo libro, è universale e dovrebbe farci riflettere anche oggi. Le sagge marocchine, che non erano certo cristiane, e non avevano mai letto il Vangelo, dicevano già allora «il faut oublier pour pardonner et pardonner pour vivre» (bisogna dimenticare per perdonare e perdonare per vivere). Perdonare serve a sopravvivere, non è soltanto un attributo della dottrina cristiana.

Il percorso del perdono o dell’oblio è l’unica cura per l’odio, ma è una cura che richiede tempi lunghissimi e una azione fortissima e paziente mentre i nostri politici vogliono vedere i risultati in pochi mesi o pochi anni. L’odio accomuna i palestinesi, ma anche moltissimi israeliani sembrano pensare che la loro sicurezza dipenda soprattutto dalle armi di cui dispongono e da quanti palestinesi e terroristi avranno potuto massacrare. Però per fermare il conflitto occorre curare l’odio che continuerà ad annidarsi per anni non nei cunicoli sotterranei di Gaza ma nella mente e nel cuore di tutti i palestinesi che avranno subito l’orrore dei massacri.

Anna Prouse

Anna Prouse nel suo libro Della mia Guerra, della mia pace ha combattuto per dieci anni l’odio in un Iraq devastato dalla guerra e dal settarismo. Lo ha fatto andando a parlare con i cattivi, a rischio della vita, riaprendo una sala cinematografica in un paese dove il cinema non esisteva più, ma soprattutto fornendo, con il suo corpo e il suo cuore, l’esempio di come si può tornare a vivere insieme, riconoscendo le nostre diversità ma valorizzando tutte quelle cose che tutti gli esseri umani hanno in comune come la famiglia, il cibo, cure mediche e case dove si possa vivere decentemente.
Per spegnere l’odio, che è l’arma più imbattibile e sembra inestinguibile ed eterna, occorre avvicinarsi e conoscersi e per questo ci vuole tempo e pazienza, non basta obbligare qualcuno a gettare a terra un coltello o una pistola. Io sono stato testimone dell’odio in paesi afflitti dalla violenza, come l’Iraq, la Siria e la Palestina, ma quando una madre francese e una siriana hanno cominciato a parlare delle loro difficoltà con due figlie adolescenti, ogni differenza era svanita, perché davanti a me c’erano soltanto due madri. E l’odio non lo vediamo solo in Palestina ma tutti i giorni fra i gruppi di giovani che si feriscono ed uccidono nelle nostre discoteche e nelle nostre strade.
Soltanto dopo la conoscenza viene la convivenza, e dopo la convivenza può spuntare addirittura l’amore. Non credo che San Francesco abbia ammansito il lupo di Gubbio perché era un santo, ma solo perché aveva deciso di comunicare con il cattivo.