Libri. Frontino,
lo stratega degli acquedotti
e delle fontane dei Cesari

Due nomi, Roma e Frontino, nel titolo e sottotitolo di copertina dell’ultimo libro di Paolo Biondi Roma. L’Impero dell’acqua. Il romanzo del prefetto Frontino (Edizioni di Pagina 2025), si staglia sul cielo azzurro sotto l’arco di un acquedotto romano, capolavoro architettonico familiare a chi vive a Roma e in Italia, ma ammirato anche nelle innumerevoli vestigia di acquedotti sparse in tutta l’area di quello che un tempo fu l’Impero Romano.
Ma cosa collega l’Urbe a Frontino, al quale è intestato il romanzo? Solo chi ha familiarità con le “humanae litterae” potrebbe forse rispondere alla domanda, poiché nella manualistica letteraria – destinata agli studenti, di solito propensi a trascurare quello che a loro pare ’superfluo’ – a Sesto Giulio Frontino, che scrisse di acquedotti e di strategie militari, si riserva un accenno cursorio.

Frontino, "Roma. L'Impero dell'acqua", il libro di Paolo Biondi

“Roma. L’Impero dell’acqua”, il libro di Paolo Biondi

A dispetto di questa ‘marginalizzazione’ Frontino nei settant’anni (30/35d.C. – 103/104) che visse sotto il governo dei primi tredici imperatori romani, da Augusto a Traiano, fu esponente di spicco dell’aristocrazia senatoria, ricoprì numerose cariche, civili e militari, tra le quali quella di “curator aquarum!”, conferitagli nel 97 dall’imperatore Nerva, preposta alla costruzione e alla manutenzione degli acquedotti di Roma e dei servizi ad essi connessi. Fin dalla sua nomina egli attese alla composizione del De aquaeductu urbis Romae, un documento di fondamentale importanza per la conoscenza dell’ingegneria idraulica antica, che non a caso ha intercettato l’interesse di ingegneri, archeologi, topografi, antichisti e storici del diritto romano.
Il trattato è giunto fino a noi in forma manoscritta nel codice Casinensis 361, copiato nel secolo XII nel Monastero di Montecassino, dove è tuttora conservato. Da esso derivano gli altri manoscritti noti dell’opera, tutti di età umanistica (XV secolo).

Giulio Frontino esce dal cono d’ombra per diventare protagonista di Roma. L’Impero dell’acqua, l’ultimo romanzo di Paolo Biondi, ispirato al personaggio storico. La vita di Frontino si intreccia con quella di grandi esponenti della politica e della civiltà letteraria dell’Urbs: il generale Gneo Giulio Agricola, lo storico Publio Cornelio Tacito, il poeta Marco Valerio Marziale e lo scrittore ed enciclopedista Plinio il Vecchio.
La data, “Il 20 giugno dell’80 d.C.”, che titola il cap. 1, inquadra il romanzo nel tempo. “Si alzò! Rapido” sono le prime parole del testo, l’incipit del romanzo. Il levarsi subitaneo del protagonista è descritto con pochi tratti in questo primo segmento narrativo, nel quale, prima ancora che lo sguardo si apra all’esterno, è preponderante il richiamo all’acqua: è una metaforica secchiata d’acqua che sveglia Frontino, «acqua fresca e limpida, acqua che a Roma scorre in abbondanza».

Paolo Biondi

Non a caso l’autore insiste qui sull’elemento “acqua”: gli incipit sono il primo atto della narrazione, ma in qualche misura anticipano il tema dei successivi, che nel romanzo di Frontino è, appunto, l’acqua, pensiero dominante del “curator aquarum”, anche lessema prevalente nel romanzo con le sue circa 190 occorrenze. L’acqua compare e scompare ad intermittenza, col suo scrosciare rumoroso o scorrere silenzioso, nei giochi fantasmagorici di fontane e fontanelle o nei percorsi nascosti e tortuosi di tubi e condotte. L’acqua è vero personaggio silenzioso, non parla il linguaggio dell’uomo, a differenza dell’Obelisco di piazza San Pietro, protagonista di un altro romanzo di Biondi, Il testimone, che in veste di narratore autodiegetico racconta al lettore quanto accaduto per secoli alla sua ombra.
Frontino era un uomo abituato a far di calcolo. Aveva contato 80 fontanelle nell’Anfiteatro Flavio e neppure la sua inaugurazione, alla presenza dell’imperatore Tito e di decine di migliaia di persone, riuscì a trattenerlo dall’andare a cercarne una per dissetarsi, ritemprarsi dal caldo, mentre nell’aria risuonava il fragore del pubblico che assisteva ai combattimenti nell’arena o alle scene di caccia, rese con efficace realismo.
A Frontino non sfuggiva che dietro la grande impresa architettonica dell’Anfiteatro ci fosse l’intento dell’imperatore di distrarre la popolazione dalle recenti sciagure, da ultima l’eruzione del Vesuvio, le cui ceneri erano giunte fino a Roma. In quel solstizio d’estate, di fronte al trionfo dell’acqua che esaltava la magnificenza del luogo, pensò che Roma, più che di quello scritto sulle strategie e tattiche dei generali in guerra (“Stratagemmi”) che stava compilando, avesse bisogno di una trattazione sulla sua preziosa rete idrica e sulla sua amministrazione, onde evitare abusi e illeciti.

Frontino, Il Colosseo

Il Colosseo

Frontino era un leale servitore dello stato e un onesto cittadino, esempio di quella humanitas che i Romani avevano elaborato fondendo i princìpi dello stoicismo greco con i valori della loro tradizione, la pietas, i mores, l’integritas. Per questo lo tormentava il pensiero che il monumento appena inaugurato fosse frutto della fatica di migliaia di ebrei che avevano abbandonato, da sconfitti, il tempio divino di Gerusalemme voluto da Salomone e distrutto da Tito. Di ritorno dall’Anfiteatro confessava questa amarezza ad Acilio Severo, con il quale, nonostante le differenze caratteriali, intratteneva un rapporto di amicizia.
Ben diverso era il legame tra lui e Plinio il Vecchio, accomunati da interessi di studio ed esperienze militari. La sua morte per intossicazione da gas durante l’eruzione del Vesuvio fu per Frontino non solo la tragica fine di un’amicizia, ma anche la prematura scomparsa di un grande uomo di scienza.
Un rapporto fraterno lo legava a Gneo Agricola per la comune origine gallica e i trascorsi politici e militari del loro cursus honorum. Amava recarsi nella sua villa fuori Roma, dove viveva con la figlia Giulia Agricola, sposata a Tacito. Era l’occasione per sentirsi benevolmente accolto in una famiglia in cui abitavano i valori tradizionale e la passione per gli studi.

La statua di Giulio Cesare Ottaviano Augusto

Considerato che l’autore e il personaggio, non meno che la vita e la finzione, interagiscono scambiandosi i ruoli, possiamo presumere che l’autore abbia trasmesso al personaggio di Frontino la conoscenza dettagliata della topografia di Roma, che gli consente di muoversi con destrezza nel groviglio di strade, vicoli e vicoletti della città. Ed eccolo attraversare la squallida e maleodorante Suburra, diretto a casa di Marziale per ascoltare in anteprima i versi Sugli spettacoli, composti dal poeta per l’inaugurazione dell’Anfiteatro: «Tutti gli altri monumenti sono inferiori per maestà all’anfiteatro di Cesare: solo la fama di questo vivrà per sempre» recita con enfasi in chiusura il primo epigramma della raccolta.

Frontino si spostava anche nei dintorni di Roma per incontrare Acilio nella sua casa di Roviano e Marziale a Livenza, dove il poeta si nascondeva perché «l’immensità di Roma mi estenua», gli confidava in una delle conversazioni che intrattenevano. La caratterizzazione di Marziale si giova dell’efficacia epigrammatica dei suoi stessi versi, citati sempre in traduzione esemplare.
Il romanzo si arricchisce di due episodi relativi al primo cristianesimo. In particolare, si ricorda l’attacco alla comunità di fedeli che si riuniva a Forum Novum, un piccolo centro abitato nella Sabina fra la Salaria e la Flaminia, dove il gruppo si era formato oltre mezzo secolo prima grazie alla predicazione del pescatore Pietro, il futuro apostolo.

L’acquedotto di Traiano e Porta Paola

La storia è riferita a Giulia Agricola dall’amica Acilia Drusilla che, parlando dei cristiani, li descrive sereni e felici, una condizione che dice di non comprendere, mentre Giulia accoglie le sue parole con una indifferenza venata di stupore. Suppongo che l’autore voglia sottolineare l’inadeguatezza, soprattutto di Giulia, a recepire un concetto così distante dalle sue convinzioni. L’isolamento della famiglia di Agricola, favorito dalla posizione decentrata della villa, garantiva la tranquillità di chi ci viveva: Giulia si dedicava a custodire i valori tradizionali della famiglia, Tacito a scrivere alacremente la storia di Roma, e Frontino a trattare di condotte, quinarie, fontane e bacini. A volte, però, Giulia percepiva che nelle loro conversazioni ciascuno inseguiva i propri pensieri. L’incomunicabilità fra i tre personaggi pagani, in chiara contrapposizione con lo spirito di comunità dei cristiani, si sposa felicemente con la similitudine dei viandanti che camminano verso mete diverse e solo casualmente si incontrano, nell’indeterminatezza temporale.
L’altro racconto ha per protagonista l’apostolo Giovanni che, catturato da un emissario di Domiziano e a lui consegnato, uscì indenne dall’olio bollente in cui l’imperatore lo aveva fatto immergere. L’evento miracoloso è ricordato da Tertulliano, Girolamo ed Ambrogio, ma non sfuggì ai contemporanei, come dimostra la IV satira di Giovenale, in cui tra gli atti delittuosi di Domiziano il poeta denuncia il tentato martirio di Giovanni. Nel luogo in cui avvenne l’immersione, in via di Porta Latina, fu eretto un “martyrium”, noto come San Giovanni in oleo.