400 nuovi assunti, farmaco
inefficace a Mirafiori

A Mirafiori 400 nuovi assunti. È una novità positiva ma è una medicina inefficace per rimettere in piedi la ex grande fabbrica di Torino. Manca ancora un progetto industriale di rilancio per Mirafiori e per gli stabilimenti Stellantis italiani dell’auto, tutti agonizzanti.

Una Jeep Renegade

Occorre un miracolo stile Melfi del 2015 basato sulla Jeep Renegade. Melfi nel 2015 produce ben 390.000 auto (190.000 erano Renegade). Il suv compatto di Stellantis ora va fuori produzione, la preoccupazione è fortissima a Melfi. La Jeep Renegade ha segnato l’età dell’oro dello stabilimento lucano ex Fiat.
Bastano poche cifre per illustrare l’abisso industriale e occupazionale nel quale sprofonda Melfi in dieci anni: dalla produzione boom del 2015 di ben 390.000 macchine, nel 2024 tocca invece la catastrofe di circa 50.000 vetture (il 2025 non dovrebbe andare molto meglio).
I protagonisti dello straordinario successo del 2015 sono tre modelli: Jeep Renegade, Fiat 500 X e Fiat Punto. Sergio Marchionne, l’uomo che salvò la Chrysler e conquistò la casa automobilistica americana, fu l’ideatore di quella operazione industriale. Credeva molto nel marchio Jeep. Decise di produrre per la prima volta una Jeep fuori degli Stati Uniti, a Melfi, in Italia. Nel 2014 Melfi non se la passava molto bene, c’era cassa integrazione, c’era la crisi anche se non si trattava di un disastro come quello di oggi.

Sergio Marchionne, Andrea Agnelli e John Elkann

L’amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles decise d’investire in tutte le fabbriche italiane della multinazionale italo-americana. Convinse John Elkann, il nipote di Gianni Agnelli, a puntare sugli Stati Uniti senza dimenticare l’Italia. Marchionne nel gennaio del 2015 era fiducioso. Annunciò ai giornalisti al Salone dell’Auto di Detroit: a Melfi faremo altre «mille assunzioni… Avremo bisogno di più di 300 mila veicoli l’anno solo da questa unità produttiva». Ma andò perfino meglio di quell’ottimistico obiettivo: nel 2015 furono costruite 390.000 macchine e l’occupazione salì ad oltre 7.200 unità. Melfi divenne il più importante impianto d’auto del gruppo italo-americano.
Poi il diluvio. L’era di Carlo Tavares è stata devastante: pochissimi investimenti e nuovi modelli. Tutti gli stabilimenti Stellantis in Italia adesso sono con la bombola dell’ossigeno: nei primi nove mesi del 2025 la produzione è calata del 31,5% a soli 265.490 veicoli (molto meno della sola produzione di Melfi del 2015).

A Mirafiori 400 nuovi assunti, Ingresso di Mirafiori

Ingresso di Mirafiori

Antonio Filosa va a Mirafiori, nel cuore del terremoto. La mitica fabbrica di Torino è irriconoscibile. Nel 1980 era il più grande stabilimento automobilistico d’Europa, aveva 60.000 addetti e vantava un milione di auto costruite. Da allora è cominciata una drammatica caduta. Nel 2024 la produzione è sprofondata a circa 26.000 unità e l’occupazione ora è di circa 10.000 lavoratori, forse meno dopo i prepensionamenti e gli esodi incentivati. L’amministratore delegato di Stellantis, operativo da Detroit, cerca di rassicurare i sindacati. Ribadisce gli investimenti promessi per lo stabilimento di Torino e per gli impianti nazionali: il Piano Italia, quello con l’obiettivo di un milione di macchine l’anno, «è solido e confermato». Annuncia: a Mirafiori 400 nuovi assunti «per sostenere lo sviluppo produttivo della nuova Fiat 500 ibrida» costruita dal prossimo novembre.
Tuttavia a Mirafiori 400 nuovi assunti non bastano. Lì era rimasta solo la 500 elettrica che tira poco, adesso la 500 ibrida dovrebbe dare un po’ di ossigeno con circa 100.000 vetture da fabbricare. Tuttavia i problemi restano. Un impianto per essere competitivo dovrebbe allestire almeno 200.000 autovetture l’anno, così i sindacati da tempo chiedono un altro modello di massa, oltre la 500 ibrida arrivata con grande ritardo. Chiedono di rafforzare il Piano Italia per Torino e per gli altri impianti nazionali.

Antonio Filosa a Mirafiori

Stellantis rischia il collasso. La multinazionale nata nel 2021 dalla fusione di Fiat Chrysler Automobiles con il gruppo francese Peugeot-Citroen, potrebbe produrre quest’anno in Italia solo 500.000 unità tra vetture e furgoni. L’era dell’amministratore Carlos Tavares è stata una catastrofe per l’Italia con pochissimi investimenti e nuovi modelli.
Elkann smonta la Fiat del nonno Gianni Agnelli: ha venduto la Magneti Marelli (componentistica per l’auto), Comau (automazione e robotica industriale) e decide di fare altrettanto con l’Iveco (autobus e autocarri). Sembra orientato a cedere anche La Stampa e la Repubblica, le perle della sua galassia editoriale già in parte dismessa (L’Espresso e molti giornali locali da tempo sono passati di mano). Il presidente di Stellantis punta soprattutto sugli Stati Uniti: investe ben 13 miliardi di dollari nella patria di Trump. Investe anche in Brasile, Polonia, Serbia, Spagna, nord Africa. Oppure indirizza le risorse di Exor, la finanziaria della famiglia Agnelli-Elkann, in partecipazioni o aziende del settore della sanità e del lusso. Sanità e lusso fanno più profitti. Lo scorso marzo ha assicurato parlando alla Camera: «Per noi l’Italia ricopre un ruolo centrale». Però il Belpaese è in coda ai suoi pensieri.