Migliaia di tecnomonete,
3 sistemi, nel 2025 scambi
per 5.400 miliardi di dollari

Le carte di credito, ideate come uno strumento sostitutivo della moneta di carta, nascono negli Stati Uniti tra il 1950 e il 1960. Queste carte, prima di cartone e poi di plastica, si diffusero rapidamente in tutto il mondo. Venivano inizialmente registrate dal ricevente con una macchina a ricalco dei numeri in rilievo impressi sulla carta stessa ma sono oggi installate direttamente sui nostri telefoni cellulari.

Carte di credito

Lo sviluppo impetuoso delle nuove tecnologie in questi primi decenni del XXI secolo ha prodotto profondi cambiamenti in molti settori, incluso quello dei pagamenti e delle transazioni finanziarie. Tra questi, la nascita e la rapida diffusione delle “criptovalute” nelle loro varie forme: il peso ormai predominante dei pagamenti digitali rispetto alla carta moneta, la digitalizzazione quasi totale delle operazioni bancarie, la proposta di importanti Banche centrali di dare impulso alla creazione di nuove forme pubbliche di “moneta digitale”.
A prima vista potrebbe sembrare solo una ulteriore e drastica semplificazione rispetto all’uso delle monete di carta e degli assegni bancari. In realtà, le implicazioni derivanti dal passaggio dalle tradizionali monete “fiat” (così chiamate dal latino “fiat voluntas tua”) alle monete digitali sono profonde e con effetti strutturali, peraltro non privi di grandi rischi: anzitutto sulla dinamica dei movimenti finanziari e di pagamento internazionali, sul ruolo stabilizzatore delle Banche centrali, sul valore delle monete nazionali, sulla trasparenza e legalità delle transazioni.

Criptovalute, Bitcoin

Bitcoin

Le criptovalute nascono tra il 2008 e il 2009 con Bitcoin, gli anni nei quali esplode la grave crisi finanziaria mondiale seguita al fallimento della Banca Leman Brothers. Lo scopo esplicitamente dichiarato da Satoshi Nakamoto – lo pseudonimo utilizzato da chi ha inventato il Bitcoin – è appunto di rendere possibile a due controparti qualsiasi di negoziare direttamente tra loro senza necessità di una terza parte garante, cioè di una Banca. Le Banche esistono per garantire fiducia ai contraenti sulla validità delle loro transazioni ma, scrive Nakamoto, questa garanzia di fiducia diventa superflua se sostituita da un sistema di pagamento digitale protetto da una procedura crittografica che consenta a due controparti qualsiasi di negoziare direttamente tra loro in assoluta sicurezza, in qualunque momento e in totale anonimato.
I Bitcoin, la cui crittografia è costruita in modo da poter emettere solo un massimo di 21 milioni di unità di scambio, chiamate “coin”, sono criptovalute il cui valore è fluttuante. La limitazione prefissata del numero massimo di “coin” serve a ridurre il rischio di una svalutazione della criptovaluta dovuto ad eccesso di offerta, e c’è anche chi prevede che l’esistenza di un limite massimo di “coin” potrebbe addirittura favorire la trasformazione di Bitcoin in una anomala riserva di valore, in qualche modo simile alla funzione di metalli preziosi come l’oro.

Criptovalute, Dollari

Dollari

Dopo Bitcoin sono però nate anche altre criptovalute emesse senza disporre di una propria autonoma crittografia di emissione e che non prevedono alcun limite alla quantità massima di unità di valore (“token”) emettibili. Il valore di queste criptovalute è determinato da fattori speculativi. La totale assenza di garanzie sottostanti e la possibilità di effetti inflazionistici derivanti dalla incontrollata emissione di nuovi “token” rende infatti questo tipo di monete digitali molto rischiose per i sottoscrittori ma, in prospettiva, anche per la stabilità finanziaria globale. Senza considerare la copertura di usi illegali e criminali che la garanzia del totale anonimato ovviamente consente e favorisce.
Il sito web CoinLaw.com, specializzato in statistiche sulle criptovalute esistenti a livello globale, stima che esse siano ormai molte migliaia. Nei mesi finora trascorsi del 2025 si è registrato, nel mondo, un volume di scambi pari a 5.400 miliardi di dollari mentre il numero degli utenti è stimato in 580 milioni, e in rapido aumento. Bitcoin rimane per ora la criptovaluta egemone, assorbendo tuttora più del 40 per cento del valore.

Criptovalute, Donald Trump

Donald Trump

Per facilitare gli scambi e attrarre più utenti si stanno diffondendo anche appositi sportelli Bancomat dedicati alle criptovalute. Si stima che nel mondo siano già circa 40.000, di cui più di 30.000 negli USA, ma si stanno diffondendo ovunque. In Italia sono per ora 224, secondo i dati CoinAtmRadar.com
Un terzo modello di criptovalute sta ora prendendo piede. Sono le cosiddette criptovalute “Stablecoin”. Si tratta di criptovalute che cercano, come dice il nome, di stabilizzare il loro valore ancorandolo a monete “fiat” esistenti, come il dollaro o l’euro, o al valore di beni fisici come l’oro, o a un paniere di criptomonete, proprio per evitare la forte volatilità tipica del sistema delle criptovalute prive di ogni riferimento stabile.
Al momento attuale le criptovalute si possono dunque dividere in tre tipologie: monete di pagamento, “token” di utilità, e “stablecoin”. Le monete di pagamento come i Bitcoin fungono da sostituto delle monete “fiat”, i “token” di utilità come quelli di Ethereum e altri forniscono l’accesso a servizi commerciali basati su meccanismi criptati e, infine, le “stablecoin” cercano di essere criptovalute più stabilizzate nel loro valore, facendo così anch’esse concorrenza alle tradizionali monete “fiat”.
Il secondo governo Trump alla Casa Bianca, con la nomina di uno “zar delle criptovalute” e la legge “Genius Act” sulle criptomonete, in vigore dal mese di luglio 2025, ha dato un forte impulso geopolitico alla questione delle criptomonete “stablecoin” e, in generale, delle monete digitali.

La sede della Federal Reserve

I motivi di questa accelerazione americana sono diversi. Riguardano la posizione non più così solida del dollaro come moneta di riferimento, l’indebolimento del potere regolatore della Banche centrali, la reazione delle stesse Banche tradizionali a queste spinte, la diffusione di spazi finanziari e di attività illegali e infine, ma non ultimo, il tentativo evidente di accumulare ricchezze con metodi speculativi.
Il dollaro USA è infatti ancora la principale moneta di riferimento delle transazioni finanziarie mondiali, ma la sua solidità è oggi insidiata da più fattori convergenti: il debito USA che è in crescita e molto elevato, intorno ai 37.000 miliardi di dollari, con un costo annuale che ha già superato i 1.000 miliardi di dollari; le spinte alla “de-dollarizzazione” presenti nei paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica e altri); la attrazione di risorse finanziarie crescenti da parte del sistema delle criptovalute; la politica trumpiana dei dazi che, tra le altre conseguenze, ha anche comportato un rapido e inatteso indebolimento delle quotazioni del dollaro e la salita del valore dell’oro sino a 4.000 dollari l’oncia, un aumento di più di 1.000 dollari rispetto al giorno dell’insediamento di Trump nel gennaio 2025.

Un vertice dei Brics

Le “stablecoin” sostenute dal governo USA, e ancorate al dollaro, sono state pensate in modo esplicito come strumento per frenare il suo indebolimento, senza escludere a questo scopo eventuali incentivi fiscali e commerciali in grado di attirare risorse finanziarie verso il dollaro in versione “stablecoin”, e poter così rendere meno costoso il finanziamento del pesante e crescente debito americano.
Quale effettivo ruolo regolatore del dollaro USA e della sua funzione mondiale potrà ancora essere esercitato, in questa per ora confusa prospettiva, dalla Federal Reserve – la Banca centrale americana – resta una grande e rischiosa incognita. Ma tutto il sistema bancario mondiale dovrà fare i conti con la crescente diffusione delle criptovalute e, in particolare, delle “stablecoin”.
Naturalmente gli altri Paesi, con le loro Banche centrali, non sono rimasti a guardare. Da più parti si sta lavorando, ad esempio, alla creazione di monete digitali pubbliche, e non criptate, delle rispettive monete nazionali o comunitarie. Le piccole Bahamas sono state il primo Paese a dotarsi, nel 2020, di una propria moneta digitale. L’India è già in una fase sperimentale dal 2022. Cina e Russia sembrano essere sulla stessa strada, così come la Banca di Inghilterra. La Banca centrale europea prevede di iniziare nei prossimi anni una propria sperimentazione per giungere al varo operativo dell’euro digitale nel 2029.
Si annuncia così un quarto tipo di moneta digitale, gestito però con regole pubbliche dalla Banca centrale emittente, pensato per essere integrativo e non sostitutivo del sistema delle monete “fiat” e anche alternativo alla diffusione delle “stablecoin”.

Christine Lagarde

Il cantiere mondiale delle tecnomonete è, come si vede, in piena attività.
Per l’Europa si tratta di una questione strategica. Nel corso degli ultimi decenni, le democrazie del continente si sono infatti sviluppate delegando compiti essenziali alle infrastrutture di informazione e comunicazione create e gestite da grandi imprese tecnodigitali americane. Ogni volta, ad esempio, che paghiamo con carta di credito in Europa, passiamo quasi sempre attraverso circuiti di pagamento statunitensi. Secondo Fabrizio Burlando, amministratore delegato di Bancomat, Visa e Mastercard oggi intermediano circa il 70 per cento delle transazioni digitali in Europa. L’euro digitale, con la nascita di nuovi gestori europei, può ridurre in modo sostanziale questo tipo di dipendenza e garantire, al tempo stesso, trasparenza e rafforzamento della unità economica e finanziaria europea.
Fin quando Usa e Europa avevano strategie politiche ed economiche relativamente convergenti questo non sembrava essere un grave problema. Ma la brutale curvatura trumpiana della ideologia “America first”, richiama l’Europa alla necessità e alla urgenza di progetti comuni e di interventi incisivi che garantiscano anzitutto la sua autonomia politica ed economica. E il rapido potenziamento della tecnologia europea, in tutte le sue espressioni, sarà uno strumento fondamentale.