
Donald Trump
C’è un “Partito della guerra” che s’ingrandisce di giorno in giorno e fa proseliti in tutti i Paesi dell’Unione europea. Un partito trasversale che avanza in tutte le antiche democrazie occidentali oggi messe in discussione da Trump e dai suoi. Aspirante conclamato al Nobel della Pace, l’inquilino della Casa Bianca è – paradossalmente – anche il punto di riferimento di quei capi di Stato e di governo che, nei paesi cosiddetti democratici evocano la terza guerra mondiale e spingono per il riarmo europeo.
A gettare benzina sul fuoco ha provveduto a fine settembre lo stesso presidente Usa, con l’inedita convocazione di centinaia di generali e ammiragli nella base dei Marines a Quantico, per un “incontro straordinario”. Accanto a lui, il segretario alla Difesa Pete Hegseth che ha annunciato un cambio radicale nella strategia militare americana. La fine del Dipartimento della Difesa ribattezzato “Dipartimento della Guerra” è stato poi sottolineato con parole che devono essere suonate come musica alle orecchie dei bellicisti: «Il nostro compito è prepararci alla guerra e vincerla».

Vladimir Putin
Cerchiamo di capire che cosa si nasconde dietro questo nuovo “Partito della guerra” che si va consolidando anche in Europa, alimentato dalle notizie sugli aerei russi che violano lo spazio aereo Nato e su una serie di droni di Vladimir Putin, o non identificati, che hanno sorvolato Polonia, Danimarca, Estonia e altri Paesi Ue. Ma se la paura suscitata dalla “narrativa” sull’aggressività di Putin e sulle sue mire espansionistiche in Europa fa crescere i consensi per il “Partito della guerra”, bisogna anche aggiungere che non si tratta di una formazione ufficiale, né di un’alleanza dichiarata. È un fronte trasversale che unisce leader, partiti e istituzioni attorno a un obiettivo comune: aumentare drasticamente le spese militari.
Ancora una volta è stato Donald Trump a dettare la linea, proponendo ai membri della Nato di portare la spesa militare al 5% del PIL. Una soglia che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata provocatoria. In Europa, invece, il primo ministro polacco Donald Tusk ha subito rilanciato la stessa cifra. A ruota, Kaja Kallas, alto rappresentante per la politica estera dell’UE, ha dichiarato che «è tempo di investire» nella difesa. Anche Friedrich Merz in Germania e Petr Fiala in Repubblica Ceca si sono espressi a favore di un aumento significativo del budget militare. Il presidente francese Macron, che ha definito la guerra della Russia contro l’Ucraina una minaccia alla sicurezza europea, proponendo di aumentare la spesa militare fino al 5% del PIL.

Vertice tra Donald Trump e alcuni capi di governo europei alla Casa Bianca
Musica per le orecchie del nuovo cancelliere tedesco, che ha pensato bene di stringere un’alleanza con la Francia per una “difesa europea più integrata” ponendo la Germania sotto l’ombrello nucleare franco-britannico. Inutile aggiungere che Merz è pure favorevole all’invio di missili Taurus a lungo raggio all’Ucraina. In contrasto con la linea prudente dei suoi predecessori.
Se questo è il clima, il grande rischio è che il “Partito della guerra” finisca per marginalizzare la diplomazia e che la corsa agli armamenti provochi un aumento delle tensioni internazionali invece di risolverle. Sul piano dei singoli bilanci economici nazionali, portare la spesa militare al 3–5% del PIL significa poi sottrarre risorse a sanità, istruzione, ambiente. Con il risultato di una ridefinizione delle priorità politiche e sociali.
Per fortuna, il nostro Paese non sembra ancora del tutto allineato con una prospettiva del genere. Secondo un sondaggio dell’European Council on Foreign Relations, il 55% degli italiani è infatti contrario all’aumento delle spese militari. Ma non è detto che questo pacifismo riesca a tenere ancora a lungo. Anche perché, come ha sottolineato recentemente il professor Francesco Giavazzi in un editoriale sul Corriere della Sera, «l’Italia ha due grandi aziende della difesa che oggi ci consentono di partecipare ai grandi investimenti europei nel riarmo: Leonardo e Fincantieri. E in entrambi i casi lo Stato ha una presenza significativa…».
