Elezioni marchigiane viste dal centro-destra: Francesco Acquaroli vince, Matteo Ricci perde.
Viste dal centro-sinistra: Francesco Acquaroli arriva penultimo; Matteo Ricci si piazza come secondo.

Giuseppe Conte ed Elly Schlein
Fuor di celia (giustificate dalle scontate, rituali, banali dichiarazioni dei vari leader), ancora una volta, l’ennesima, il corpo elettorale si divide in due: chi decide, sia pure in preda di una quantità di mal di pancia, di fare fiducia allo strumento “scheda”, vi appone una preferenza, un segno; e chi, senza troppi strepiti, fa suo il motto di Bartleby, lo scrivano di Herman Melville: “Preferisco di no”. Anche su questioni che lo riguardano direttamente come decidere chi deve occuparsi di affari sostanziosi che direttamente lo riguardano (si pensi alla Sanità), il cittadino-elettore fa suo, nel concreto, l’appello sdoganato da Beppe Grillo: “Vaffa…”.
I dati che anche queste elezioni rivelano (e presumibilmente saranno confermati a breve anche dalle elezioni in Calabria, Campania, Puglie, Veneto), sono essenzialmente due: checché “testardamente” si predichi il “campo largo”, l’elettore non ha l’anello al naso: si rende perfettamente conto che il programma delle opposizioni all’attuale maggioranza di centro-destra si riduce a una sequela di NO, cui non seguono proposte credibili, comprese, condivisibili. Né si può neppure accampare una sia pur inconscia misoginia: agli occhi di chi va a votare, Giorgia Meloni appare credibile; Elly Schlein no. Punto.

Schede elettorali
Il fatto è che, piaccia o no quello che dice e fa, Meloni è comunque coerente; il suo orologio, per quanto fermo, almeno due volte al giorno segna l’ora giusta. Non così si può dire di Schlein, il cui orologio è sempre troppo avanti o troppo indietro, mai puntuale.
Anche a costo di ripeterci, è opportuno andare all’origine: Schlein, iscritta al PD in zona Cesarini, è “figlia” di bislacche primarie “giocate” vai a saper perché in due tempi. Nel primo, riservato agli iscritti, perde; sconfigge Stefano Bonaccini nel secondo tempo, quando le primarie sono aperte “urbi et orbi”.
Da quel momento, le primarie sono cassate. Un bel paradosso. Non conta più la volontà dell’iscritto, e neppure del passante. Fin da subito: quando, morto Silvio Berlusconi si tratta di eleggere il senatore del collegio di Monza. È Schlein che impone l’“esterno” Marco Cappato, contro la volontà del locale PD; perfino il sindaco pubblicamente annuncia che non lo voterà. Si potrà obiettare che essendo il risultato scontato, astutamente ha preferito perdere con un “estraneo”.

Matteo Ricci
Peccato che il “vizio” di imporre candidati scelti nelle stanze romane del PD si sia ripetuto in tutte le altre successive elezioni. Con risultati non lusinghieri, anche dove si è vinto: in Sardegna la presidente fa capo al M5S, e la somma dei voti raccolti dal centro-destra supera quelli del centro-sinistra. In una regione blindata come l’Emilia-Romagna, metà dell’elettorato non si è recato alle urne, e si tratta di ex votanti di sinistra. In Umbria la vittoria è merito del centro-destra, che si è affidato a candidati autori di veri e propri autogol.
Non solo. Sia Matteo Ricci che Antonio Decaro sono parlamentari europei. Gli elettori, con le loro preferenze, li hanno scelti perché lavorino a Bruxelles. Dopo qualche mese, senza essere interpellati, se li sono trovati uno candidato per la presidenza della regione Marche, l’altro per la Puglia (stesso discorso vale per Pasquale Tridico, candidato “unitario” targato M5S in Calabria). Meri accordi (s)partitocratici di vertice, senza neppure darsi pena di una larva di consultazione: l’elettore ridotto a “pedone” di una scacchiera politica, la cui volontà è “sacrificabile” a seconda di una convenienza del momento, di una tattica patita, di una strategia (se c’è) incomprensibile.
A ben pensarci c’è da chiedersi come i “preferisco di no” e i “vaffa” siano solo il 50 per cento. Ma c’è da essere ottimisti: lavorano alacremente perché crescano e si moltiplichino.
