Bombe, bombe, bombe. Ancora bombe su Gaza City. È un massacro. E quando non bastano le bombe arrivano gli esplosivi per abbattere i palazzi della città. Quindi giungono i Caterpillar e i bulldozer per spianare e rimuovere le enormi macerie.

L’esercito israeliano fa saltare un palazzo a Gaza City
È uno sterminio senza fine dei palestinesi e di quella che era la capitale della Striscia di Gaza. Hamas denuncia l’uccisione di oltre 65.000 persone da dopo il 7 ottobre 2023, giorno del suo sanguinoso attacco terroristico a sorpresa nel sud di Israele. «Distruggeremo Hamas», ripete Benjamin Netanyahu da quell’attacco terrificante di Hamas. Il primo ministro dello Stato ebraico da sempre punta sulle paure del suo popolo per governare. I militanti di Hamas il 7 ottobre compiono azioni raccapriccianti: non solo uccidono i militari israeliani con un’azione a sorpresa ma massacrano e torturano anche i civili compresi i giovani a un rave party. Stuprano donne innocenti; rapiscono vecchi, ragazzi, bambini trasformandoli in ostaggi.
Benjamin Netanyahu vuole occupare Gaza City ed invita la popolazione a lasciare la città.
Gran parte dei palestinesi scappa da quell’inferno in condizioni disperate per sfuggire alla morte sotto le bombe, la destinazione è l’ennesimo campo profughi.

Palestinesi fuggono da Gaza City
Il primo ministro dell’estrema destra israeliana ha due obiettivi. Uno è dichiarato: cancellare Hamas. Il secondo è sottinteso e indicato dal ministro dell’ultra destra religiosa Bezalel Smotrich: trasformare la Striscia di Gaza in «una miniera d’oro immobiliare». Il ministro delle Finanze si riferisce all’idea di “Gaza Riviera”, un folle progetto tragi-comico del quale hanno parlato in passato Donald Trump e Netanyahu. Il piano sarebbe di costruire alberghi, resort e ville di lusso sulla costa del Mediterraneo. Smotrich dice: «La demolizione l’abbiamo fatta…Ora dobbiamo costruire». Precisa: c’è un piano «che è sulla scrivania del Presidente Trump».
E i palestinesi? Il governo israeliano parla di «emigrazione volontaria» (Smotrich di annessione dei territori occupati) ma la stragrande parte dei palestinesi non vuole lasciare la propria terra, anche se la casa è distrutta. Comunque i paesi arabi confinanti respingono ogni ipotesi di ospitalità. Non solo.

Donald Trump e Benjamin Netanyahu
È improponibile ogni idea di speculazione immobiliare per due motivi: morale e di sicurezza per lo stato di rivolte permanenti.
Netanyahu colleziona autogol. Gioca la carta militare della guerra ad oltranza. Si radicalizzano ancora di più i nemici esterni di Israele (Iran, Hamas, Ezbollah, Outhi), si allontanano i paesi arabi moderati dopo il bombardamento del Qatar (Arabia Saudita, Emirati Arabi, Egitto, Giordania oltre il paese del Golfo colpito dai missili israeliani). Alzano il tiro anche i paesi amici occidentali (la Ue studia delle sanzioni) mentre diventano freddi gli Stati Uniti di Trump, da sempre grandi alleati.
Cresce lo scontento degli israeliani verso Netanyahu. Eyal Zamir, capo di stato maggiore dell’esercito, critica il governo: «La guerra nella Striscia doveva finire mesi fa, trascinarla non ha alcun senso, può portare solo danni. Siamo in un governo militare, non più politico». Migliaia di persone scendono in piazza contro Netanyahu per chiedere la fine della guerra e la liberazione degli ultimi ostaggi sopravvissuti. Subito dopo Ferragosto uno sciopero generale blocca Israele e un milione di persone protesta nelle strade di Tel Aviv.

Assemblea Generale dell’Onu
L’opposizione chiede elezioni e un nuovo governo. Gran parte dell’opinione pubblica israeliana di sinistra non parla più di massacri dei palestinesi ma di genocidio. David Grossman, uno dei maggiori scrittori israeliani, usa il termine genocidio, lo stesso terribile utilizzato finora per descrivere l’orrore dei 6 milioni di ebrei uccisi da Adolf Hitler nei campi di sterminio. Grossman parla delle spaventose scene dei palestinesi affamati uccisi nella Striscia mentre attendevano la distribuzione di cibo e acqua. «Per anni -spiega- ho rifiutato di utilizzare questa parola: “genocidio”. Ma adesso non posso trattenermi dall’usarla».
All’Assemblea Generale dell’Onu Netanyahu è sommerso dai fischi, la sala si svuota quando parla. La Flotilla, una cinquantina di barche con equipaggi di una miriade di paesi diversi, naviga verso Gaza con l’obiettivo di portare aiuti umanitari e forzare il blocco navale. È attaccata più volte da droni, fortunatamente subendo lievi danni. Molti giornali ipotizzano l’intervento dell’esercito israeliano che però non commenta. Ma Israele critica la scelta di violare «un legittimo blocco navale», e si dice pronto a impegnarsi «in qualsiasi accordo costruttivo per trasferire gli aiuti in modo legale e pacifico».
Qualcosa però si muove sul piano diplomatico. Regno Unito, Francia, Canada e Australia riconoscono lo Stato di Palestina. L’Italia pronuncia un sì condizionato. In tutto oltre 150 paesi fanno questa scelta. Mancano all’appello gli Stati Uniti. Tuttavia resta difficilissima la soluzione politica di “due popoli, due Stati” della quale si parla da decenni.
