Il Processo, Luigi Cavallaro, Rubbettino. L’autore, per cominciare. Luigi Cavallaro: di tutta evidenza, un personaggio pericoloso. Direi perfino inaffidabile. Di professione fa il magistrato. Se le informazioni sul suo conto sono esatte (le ricavo navigando nel mare magnum del web) per una ventina d’anni è stato Giudice del lavoro; poi per dieci anni consigliere della Sezione Lavoro della Corte di Cassazione.

“Il Processo” il libro di Luigi Cavallaro
Già questo lo rende sospetto. Aggrava la sua posizione, il fatto che sia autore di numerosi articoli e saggi, che abbia curato la pubblicazione di testi di Salvatore Satta: un altro magistrato e scrittore da cui star lontani, se si coltiva una certa idea in questi tempi molto in voga dell’amministrazione della Giustizia. Poi nella sua “galleria” pubblicistica personaggi come David Hume, Karl Marx, John Maynard Keynes; perfino Alessandra Kollontaj: rivoluzionaria, prima donna nella storia ad aver ricoperto l’incarico di ministra, ritenuta con Maria Spiridonova l’unica figura femminile davvero di spicco della Rivoluzione russa.
Con Ruggero Conti curatore di un volume da prendere con le molle fin dal titolo: Diritto, verità, giustizia”. Tutti e tre, insieme, che arrogante pretesa! I due si concedono, a fugar ogni equivoco: Omaggio a Leonardo Sciascia.
Libro pericoloso: Una raccolta di riflessioni di giuristi sulle opere di Sciascia; per non farsi mancare nulla perfino un intervento dello scrittore, La dolorosa necessità del giudicare.
Il testo è la risposta a una domanda sui giudici. Una rivista che non so se esce ancora: si chiamava Il giudice. Quel testo poi ha fatto parte della prefazione di Sciascia per un libro scritto assieme a Raffaele Genah, Storie di ordinaria ingiustizia, lo pubblicammo qualche anno prima che scoppiasse il caso di Enzo Tortora, la pessima amministrazione della Giustizia in Italia non era ancora diventata consapevolezza diffusa. Si raccontavano storie allucinanti di persone finite “per errore” sul banco degli imputati; e di come fosse più facile difendersi da colpevoli che da innocenti. Quest’ultima affermazione è di un altro magistrato finito nel tritacarne, Ferdinando Imposimato.
Osservava, in quello scritto Sciascia: «Un giovane esce dall’università con una laurea in giurisprudenza; senza alcuna pratica forense e con poca esperienza del ‘cuore umano’ si presenta a un concorso, lo supera, svolgendo temi inerenti astrattamente al diritto e rispondendo a dei quesiti ugualmente astratti, e da quel momento entra nella sfera di un potere assolutamente indipendente da ogni altro».
Ne viene il problema, annota Sciascia, «che un tale potere – il potere di giudicare i propri simili – non può e non deve essere vissuto come potere. Per quanto possa apparire paradossale, la scelta della professione di giudicare dovrebbe avere radice nella repugnanza a giudicare, nel precetto di non giudicare; dovrebbe, cioè, consistere nell’accedere al giudicare come ad una dolorosa necessità, nell’assumere il giudicare come un continuo sacrificarsi all’inquietudine, al dubbio».
Infine: «Quando i giudici godono il proprio potere invece di soffrirlo, la società che a quel potere li ha delegati, inevitabilmente è costretta a giudicarli…».

Luigi Cavallaro
A questo punto, siamo. Da tempo; e i magistrati, nella loro stragrande maggioranza, non ne vogliono sapere, d’essere giudicati; fanno di tutto per evitarlo, nel timore, non infondato, che si renda pan per focaccia.
Cavallaro, dunque: personaggio pericoloso. Ha un difetto imperdonabile, che lo condanna a essere perpetuo dannato nella più infuocata Gehenna: è un intellettuale, da intendere nel suo più autentico significato, quello di persona che si sforza di pensare liberamente, senza pregiudizio, fa affidamento sul suo cervello e la sua coscienza.
Non stupisce che sia l’autore di questo Il Processo: 116 pagine scritte in buon italiano. Anche questa è una colpa. Come insegna il professore di Una storia semplice, «l’italiano non è l’italiano: è il ragionare».
Per quotidiana esperienza, confermata da chiunque frequenti un po’ le aule dove la giustizia viene amministrata, confermo la diagnosi del professore: meno italiano, più carriera. Vale per i magistrati, ma non solo per loro.
Il processo di Cavallaro è un libro inevitabilmente e meritatamente votato all’insuccesso. È insopportabile. Leggere per credere: in ogni pagina argomenti veri, inoppugnabili, fastidiosi, irritanti.
Il “pretesto” è costituito dal processo Enimont, relativo a quella che venne definita la “madre di tutte le tangenti”. Vicenda che vede coinvolti una buona fetta della classe politica della cosiddetta Prima Repubblica (anche se non mancano benevole discriminazioni: non tutti i partiti vengono colpiti; e non tutti i leader tra i partiti colpiti).
Si attua insomma quel tipo di giustizia che Sciascia prefigura ne Il contesto, pubblicato nel 1971, ben ventidue anni prima di quel 28 agosto 1993, giorno in cui quotidiani e TV annunciano che «la procura della Repubblica di Milano ha chiesto per il detenuto Cusani il giudizio immediato». È quella forma di amministrazione della giustizia che il procuratore Riches teorizza nel suo famoso colloquio con l’ispettore Rogas: «Quella che nella guerra militare si chiama decimazione. Il singolo risponde dell’umanità. E l’umanità risponde del singolo…».

Enzo Tortora
Una logica a cui si ribella Bettino Craxi, e la pagherà cara. Cavallaro lo descrive benissimo: «L’inquisitore intende dimostrare che il finanziamento illecito dei partiti è prassi corrente; e soprattutto che nessun partito ne è esente, nemmeno quelli all’opposizione, che anzi in ciò sono affatto corrivi a quelli della maggioranza. E di entrambe le cose Craxi dà piena conferma: non solo ammettendo che della natura ‘irregolare’ dei finanziamenti ai partiti (incluso il suo) ha avuto contezza fin da quando portava ‘i pantaloni alla zuava’; non solo precisando che ‘agli atti parlamentari non risulta che sia mai stata fatta una questione seria sulla veridicità dei bilanci dei partiti’, che anzi, ’né i partiti di opposizione contestavano i bilanci dei partiti di governo, né i partiti di governo contestavano i bilanci di opposizione’, ma in aggiunta riferendo sia sulle modalità con cui ‘il maggior partito d’opposizione’ riceveva dazioni irregolari (specie dall’Unione Sovietica), sia sui non commendevoli scopi che per loro tramite perseguiva: e in primis l’organizzazione di ‘una rete clandestina di ricetrasmittenti’ e l’addestramento di funzionari ‘alla fabbricazione di documenti falsi, italiani, francesi e svizzeri…» (pagg.82-83).
Il Processo: facili suggestioni: da quello celeberrimo di Franz Kafka; ma anche quello di Friedrich Dürrenmatt, La panne. Una storia ancora possibile, portato sullo schermo dai bravissimi Alberto Sordi, Charles Vanel, Pierre Brasseur, Michel Simon, per la regia di Ettore Scola (sarà un caso che il film sia praticamente sparito?); volendo, si può comodamente “scivolare” al Procuratore di Giudea di Anatole France, e molti altri se ne possono citare.
Cavallaro ricostruisce e riporta a nostra memoria il dipanarsi delle indagini, la procedura inquisitoria, che postula, esige quelle che Franco Cordero descrive da par suo: «lunghe e preventive clausure in carcere, dove i pazienti, macerati dall’attesa, diventino manipolabili: l’inquisito sa cose importanti e deve confessarle; e all’uopo bisogna lasciarlo cuocere a lungo e lentamente: una volta infrollito, basterà poco perché parli». Tecnicamente si chiama “tortura”.

Antonio Di Pietro e Bettino Craxi
Non mancano passaggi terrificanti, e avrebbero dovuto esserlo allora, non lo sono neppure oggi, che tanta acqua sotto i ponti è passata: «Il fatto è che la Procura della Repubblica di Milano s’è convinta di dover essere essa stessa la levatrice di una nuova società, finalmente libera dalla pervasiva ingerenza dei partiti, che ha prodotto corruzione, imprese inefficienti e debito pubblico: così ripete la stampa d’opinione, così credono i devoti di quell’unica devozione che è diventata il ‘libero mercato’, così s’è indotta a credere essa stessa: se non tutta quanta, certamente molti suoi (intervistatissimi) esponenti…» (pag.86). Ovvero, come Sciascia osservava: il godimento del proprio potere, invece che soffrirlo.
Cavallaro come sottotesto al titolo del suo libro appone: Una parodia. Proprio come Sciascia per Il contesto.
Nella nota finale al suo libro, Sciascia scrive: «…Ho scritto questa parodia partendo da un fatto di cronaca…ho cominciato a scriverla con divertimento, e l’ho finita che non mi divertivo più».
Non mi azzardo a dire che Cavallaro abbia cominciato con e per divertimento. Penso che sia giunto alle ultime righe con amarezza, che non contraddice, anzi benissimo convive con quel “serio e ridicolo” cui fa riferimento nell’epigrafe che riprende la definizione che il Dizionario della lingua italiana di Tommaseo-Bellini dà della parodia: “composizione di versi con l’uso de’ veri altrui”.
Si spazia così alla famosa, molto citata e temo poco letta, “invettiva” di Pier Paolo Pasolini relativa al “Processo” che voleva intentare nei confronti dei maggiori leader della Democrazia Cristiana, al Todo modo di Sciascia. Ma si potrebbe citare Un uomo fidato di Sebastiano Addamo, autore molto amato da Sciascia; o Salvatore Satta.
Giunti a questo punto ci si può concedere una riflessione che porta ai giorni nostri. Cavallaro nelle ultime pagine del suo libro scrive di Petrolio, romanzo incompiuto di Pasolini. Fosco e cupo, chissà come l’avrebbe concluso. Ma quello che abbiamo è sufficiente. Si cita il successore di Enrico Mattei all’ENI, Eugenio Cefis; quella conferenza “La mia patria si chiama multinazionale”, all’Accademia Militare di Modena.

La sede dell’Eni a Roma
In quella conferenza Cefis parla delle «prospettive di un’economia senza confini», del fatto che di lì a trent’anni oltre due terzi della produzione industriale mondiale sarebbe stata in mano alle 200-300 maggiori società multinazionali e si sarebbe assistito allo svuotamento del potere politico nazionale a tutto vantaggio delle direzioni delle grandi imprese… Ai singoli Stati sarebbero rimasti «compiti di mediazione tra le impese e nei loro rapporti con i sindacati e i poteri locali, ne sarebbe venuta la necessitò di ripensare lo stesso ruolo delle forze armate: le quali, in un mondo ‘unificato’ sotto le insegne del capitale finanziario, non avrebbero più combattuto per difendere i confini nazionali, ma avrebbero dovuto trasformarsi in apparati professionalmente organizzati capaci di intervenire ovunque fossero in gioco i valori di ‘libertà’ e ‘democrazia’…».
Per una bizzarria di pensiero meno bizzarra di quello che può apparire: come non pensare al discorso del presidente Dwight Eisenhower, pronunciato il 17 gennaio 1961, poco prima di lasciare la presidenza? È un “avvertimento” sui pericoli di una stretta alleanza tra l’industria degli armamenti e il governo degli Stati Uniti. Eisenhower, che era stato comandante supremo delle forze alleate durante la Seconda guerra mondiale, esprime preoccupazione per l’influenza crescente di questo complesso e il suo potenziale impatto sulla democrazia e sulla pace. Nella versione originale parla di “complesso militare-industriale-congressuale”. Poi gli sembra di essere troppo duro, e omette il “congressuale”. Ma la sostanza resta immutata. Quella sostanza che viene riproposta dall’uscente presidente Joe Biden, prima di ritirarsi dalla competizione elettorale.
Suggestioni? E sia. Ma vale comunque la pena di scagliarlo, il sasso nell’anche troppo placido stagno.
Per tornare infine all’“oggetto” Processo: in una prossima edizione non stonerebbe, a mo’ di appendice, la lettera che Gabriele Cagliari, presidente di ENI, invia alla sua famiglia, prima di togliersi la vita, il 10 luglio 1993, dopo quattro mesi trascorsi nel carcere milanese di San Vittore: «Miei carissimi Bruna, Stefano, Silvano, Francesco, Ghiti: sto per darvi un nuovo, grandissimo dolore. Ho riflettuto intensamente e ho deciso che non posso sopportare più a lungo questa vergogna. La criminalizzazione di comportamenti che sono stati di tutti, degli stessi magistrati, anche a Milano, ha messo fuori gioco soltanto alcuni di noi, abbandonandoci alla gogna e al rancore dell’opinione pubblica. La mano pesante, squilibrata e ingiusta dei giudici ha fatto il resto. Ci trattano veramente come non-persone, come cani ricacciati ogni volta al canile.

I magistrati del pool Mani Pulite
Sono qui da oltre quattro mesi, illegittimamente trattenuto. Tutto quanto mi viene contestato non corre alcun pericolo di essere rifatto, né le prove relative a questi fatti possono essere inquinate in quanto non ho più alcun potere di fare né di decidere, né ho alcun documento che possa essere alterato. Neppure potrei fuggire senza passaporto, senza carta d’identità e comunque assiduamente controllato come costoro usano fare.
Per di più ho 67 anni e la legge richiede che sussistano oggettive circostanze di eccezionale gravità e pericolosità per trattenermi in condizioni tanto degradanti. Ma, come sapete, i motivi di questo infierire sono ben altri e ci vengono anche ripetutamente detti dagli stessi magistrati, se pure con il divieto assoluto di essere messi a verbale, come invece si dovrebbe regolarmente fare.
L’obbiettivo di questi magistrati, quelli della Procura di Milano in modo particolare, è quello di costringere ciascuno di noi a rompere, definitivamente e irrevocabilmente, con quello che loro chiamano il nostro “ambiente”. Ciascuno di noi, già compromesso nella propria dignità agli occhi della opinione pubblica per il solo fatto di essere inquisito o, peggio, essere stato arrestato, deve adottare un atteggiamento di “collaborazione” che consiste in tradimenti e delazioni che lo rendano infido, inattendibile, inaffidabile: che diventi, cioè, quello che loro stessi chiamano un “infame”. Secondo questi magistrati, a ognuno di noi deve dunque essere precluso ogni futuro, quindi la vita, anche in quello che loro chiamano il nostro “ambiente”.
La vita, dicevo, perché il suo ambiente, per ognuno, è la vita: la famiglia, gli amici, i colleghi, le conoscenze locali e internazionali, gli interessi sui quali loro e loro complici intendono mettere le mani. Già molti sostengono, infatti, che agli inquisiti come me dovrà essere interdetta ogni possibilità di lavoro non solo nell’Amministrazione pubblica o parapubblica, ma anche nelle Amministrazioni delle aziende private, come si fa a volte per i falliti.
Si vuole insomma creare una massa di morti civili, disperati e perseguitati, proprio come sta facendo l’altro complice infame della magistratura che è il sistema carcerario. La convinzione che mi sono fatto è che i magistrati considerano il carcere nient’altro che uno strumento di lavoro, di tortura psicologica, dove le pratiche possono venire a maturazione, o ammuffire, indifferentemente, anche se si tratta della pelle della gente.

Leonardo Sciascia
Il carcere non è altro che un serraglio per animali senza teste né anima.
Qui dentro ciascuno è abbandonato a se stesso, nell’ignoranza coltivata e imposta dei propri diritti, custodito nell’inattività nell’ignavia; la gente impigrisce, si degrada e si dispera diventando inevitabilmente un ulteriore moltiplicatore di malavita.
Come dicevo, siamo cani in un canile dal quale ogni procuratore può prelevarci per fare la propria esercitazione e dimostrare che è più bravo o più severo di quello che aveva fatto un’analoga esercitazione alcuni giorni prima o alcune ore prima.
Anche tra loro c’è la stessa competizione o sopraffazione che vige nel mercato, con differenza che, in questo caso, il gioco è fatto sulla pelle della gente. Non è dunque possibile accettare il loro giudizio, qualunque esso sia.
Stanno distruggendo le basi di fondo e la stessa cultura del diritto, stanno percorrendo irrevocabilmente la strada che porta al loro Stato autoritario, al loro regime della totale asocialità. Io non ci voglio essere. Hanno distrutto la dignità dell’intera categoria degli avvocati penalisti ormai incapaci di dibattere o di reagire alle continue violazioni del nostro fondamentale diritto di essere inquisiti, e giudicati poi, in accordo con le leggi della Repubblica.
Non sono soltanto gli avvocati, i sacerdoti laici della società, a perdere la guerra; ma è l’intera nazione che ne soffrirà le conseguenze per molto tempo a venire. Già oggi i processi, e non solo a Milano, sono farse tragiche, allucinanti, con pene smisurate comminate da giudici che a malapena conoscono il caso, sonnecchiano o addirittura dormono durante le udienze per poi decidere in cinque minuti di Camera di consiglio.
Non parliamo poi dei tribunali della libertà, asserviti anche loro ai pubblici ministeri, né dei tribunali di sorveglianza che infieriscono sui detenuti condannati con il cinismo dei peggiori burocrati e ne calpestano continuamente i diritti.
L’accelerazione dei processi, invocata e favorita dal ministro Conso, non è altro che la sostanziale istituzionalizzazione dei tribunali speciali del regime di polizia prossimo venturo. Quei pochi di noi caduti nelle mani di questa “giustizia” rischiano di essere i capri espiatori della tragedia nazionale generata da questa rivoluzione. Io sono convinto di dover rifiutare questo ruolo. È una decisione che prendo in tutta lucidità e coscienza, con la certezza di fare una cosa giusta. La responsabilità per colpe che posso avere commesso sono esclusivamente mie e mie sono le conseguenze. Esiste certamente il pericolo che altri possano attribuirmi colpe non mie quando non potrò più difendermi. Affidatevi alla mia coscienza di questo momento di verità totale per difendere e conservare al mio nome la dignità che gli spetta.
Sento di essere stato prima di tutto un marito e un padre di famiglia, poi un lavoratore impegnato e onesto che ha cercato di portare un po’ più avanti il nostro nome e che, per la sua piccolissima parte, ha contribuito a portare più in alto questo paese nella considerazione del mondo.
Non lasciamo sporcare questa immagine da nessuna “mano pulita”. Questo vi chiedo, nel chiedere il vostro perdono per questo addio con il quale lascio per sempre.
Non ho molto altro da dirvi poiché questi lunghissimi mesi di lontananza ci siamo parlati con tante lettere, ci siamo tenuti vicini. Salvo che a Bruna, alla quale devo tutto.
Vorrei parlarti Bruna, all’infinito, per tutte le ore e i giorni che ho taciuto, preso da questi problemi inesistenti che alla fine mi hanno fatto arrivare qui. Ma in questo tragico momento cosa ti posso dire, Bruna, anima dell’anima mia, unico grandissimo amore, che lascio con un impagabile debito di assiduità, di incontri sempre rimandati, fino a questi ultimi giorni che avevamo pattuito essere migliaia da passare sempre insieme, io te, in ogni posto, e che invece qui sto riducendo a un solo sospiro?

Il tribunale di Milano
Concludo una vita vissuta di corsa, in affanno, rimandando continuamente le cose veramente importanti, la vita vera, per farne altre, lontane come miraggi e, alla fine, inutili. Anche su questo, soprattutto su questo, ho riflettuto a lungo, concludendo che solo così avremo finalmente pace. Ho la certezza che la tua grande forza d’animo, i nostri figli, il nostro nipotino, ti aiuteranno a vivere con serenità e a ricordarmi, perdonato da voi per questo brusco addio.
Non riesco a dirti altro: il pensiero di non vederti più, il rimorso di avere distrutto i nostri anni più sereni, come dovevano essere i nostri futuri, mi chiude la gola.
Penso ai nostri ragazzi, la nostra parte più bella, e penso con serenità al loro futuro.
Mi sembra che abbiano una strada tracciata davanti a sé. Sarà una strada difficile, in salita, come sono tutte le cose di questo mondo: dure e piene di ostacoli. Sono certo che ciascuno l’affronterà con impegno e con grande serenità come ha già fatto Stefano e come sta facendo Silvano.
Si dovranno aiutare l’un l’altro come spero che già stiano facendo, secondo quanto abbiamo discusso più volte in questi ultimi mesi, scrivendoci lettere affettuose. Stefano resta con un peso più grave sul cuore per essere improvvisamente rimasto privato della nostra carissima Mariarosa. Al dolcissimo Francesco, piccolino senza mamma, daremo tutto il calore del nostro affetto e voi gli darete anche il mio, quella parte serena che vi lascio per lui. Le mie sorelle, una più brava dell’altra, in una sequenza senza fine, con le loro bravissime figliole, con Giulio e Claudio, sono le altre persone care che lascio con tanta tristezza. Carissime Giuliana e Lella, a questo punto cruciale della mia vita non ho saputo fare altro, non ho trovato altra soluzione. Ricordo Sergio e la sua famiglia con tanto affetto, ricordo i miei cugini di Guastalla, i Cavazzani e i loro figli. Da tutti ho avuto qualcosa di valore, qualcosa di importante, come l’affetto, la simpatia, l’amicizia.
A tutti lascio il ricordo di me che vorrei non fosse quello di una scheggia che improvvisamente sparisce senza una ragione, come se fosse impazzita. Non è così, questo è un addio al quale ho pensato e ripensato con lucidità, chiarezza e determinazione.
Non ho alternative. Desidero essere cremato e che Bruna, la mia compagna di ogni momento triste o felice, conservi le ceneri fino alla morte. Dopo di che siano sparse in qualunque mare. Addio mia dolcissima sposa e compagna, Bruna, addio per sempre.
Addio Stefano, Silvano, Francesco; addio Ghiti, Lella, Giuliana, addio.
Addio a tutti. Miei carissimi, vi abbraccio tutti insieme per l’ultima volta. Il vostro sposo, papà, nonno, fratello Gabriele».
