Gaza, il business
della guerra

David Grossman

Ora che il maggior scrittore israeliano vivente, David Grossman, ha confessato in un’intervista: «Quello che accade a Gaza è genocidio … Mi si spezza il cuore, ma devo dirlo…», è forse il caso di affrontare quel dramma, gettando lo sguardo oltre le cortine fumogene della propaganda politica.
Ora che il pressing diplomatico internazionale sul governo Netanyahu va crescendo e si fa sempre più forte la richiesta di mettere fine al massacro dei civili palestinesi, è forse arrivato il momento di accendere i riflettori sui lati più oscuri della guerra d’Israele. Con una onesta riflessione sul business che c’è dietro.
Purtroppo, un’occasione per cominciare a farlo sulla base dei dati disponibili è stata malamente sprecata pochi giorni fa a Montecitorio. Quando il report «Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio» presentato da Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i Territori Palestinesi occupati, è stato accolto dalla solita furiosa polemica tra opposti schieramenti politici. Da un lato c’era la sinistra che ritiene il premier Netanyahu responsabile di questi 22 mesi di “massacri” nella Striscia di Gaza e dall’altro la destra che lo difende a spada tratta e se la prende con «i terroristi di Hamas».
Comunque sia, al di là di certi toni, che un’esperta di diritto internazionale avrebbe dovuto evitare, il report della Albanese è ricco di dati e cifre sulla “economia dell’occupazione”. Bastava quindi limitarsi ai fatti. A cominciare dall’impressionante dato sintetico citato per dare l’idea dell’enorme giro d’affari legato all’occupazione della Striscia: «Da ottobre 2023 a maggio 2025 il valore della Borsa di Tel Aviv è triplicato».

Francesca Albanese

Invece si è preferito buttarla in caciara tra chi accusava la relatrice dell’Onu di essere filo-Hamas per aver scritto un rapporto usando «parole faziose che contribuiscono a clima di odio» contro Israele. E chi sosteneva che la professoressa Albanese veniva «colpita semplicemente per aver detto la verità e per aver osato denunciare al mondo quello che sta avvenendo a Gaza…».
Ovviamente l’autrice difende il suo report che «ha acceso i riflettori sul business della guerra e sul profitto di troppi individui e troppe aziende…». Un lavoro «faticoso durato sei mesi» – aggiunge – e in cui «ho messo insieme una banca dati che comprende mille aziende di trasporto, difesa, dell’energia, turismo, enti finanziari, fondi pensione, partecipate, ma anche università, enti caritatevoli, religiosi e non …».
Vero. Ecco perché adesso che sullo spinoso argomento ne sappiano un po’ di più, varrebbe la pena di seguire il filo rosso dei soldi, analizzando – per esempio – lo stato dei «finanziamenti europei indiretti», o, meglio ancora, il modo in cui Israele ha beneficiato di fondi Ue attraverso programmi e progetti di ricerca con tecnologie dual-use. Usate cioè in campo civile, ma anche il quello militare.

Guerra di Gaza, Carri armati israeliani

Carri armati israeliani

E che dire del ruolo giocato dalle banche internazionali d’investimento per sostenere Israele attraverso i cosiddetti «war bonds», nella sostanza veri e propri titoli di guerra emessi e collocati sul mercato. Con un ammontare di quasi 20 miliardi di dollari da ottobre 2023 a oggi. In testa troviamo Goldman Sachs, che con gli oltre 7 miliardi di dollari sottoscritti è stata la principale banca internazionale coinvolta nella vendita dei bond emessi dal governo Netanyahu per finanziare le spese legate al conflitto di Gaza.
Scorrendo poi i nomi delle banche che seguono Goldman nella classifica di chi ha sottoscritto più titoli di guerra israeliani, troviamo parecchie conferme. Vediamo: Bank of America al secondo posto con 3,5 miliardi di dollari. Citigroup al terzo con 2,9, Deutsche Bank al quarto con 2,5 e Paribas al sesto posto con 2 miliardi.
Naturalmente tutte queste banche non hanno fatto nulla di illegale e hanno agito secondo le regole del mercato. Per dirla con un termine usato nel mondo della Finanza, hanno agito come “underwriter”, cioè acquistando titoli per rivenderli agli investitori. Il problema – se proprio si vuole cercare il pelo nell’uovo con un’osservazione critica – è che così facendo hanno trasformato la guerra di Gaza in un asset finanziario…