L’accordo sui dazi al 15 per cento balla solo due giorni, va di traverso all’Europa. Non incute rispetto, certo non è la legge divina dei Dieci comandamenti. Trump esalta invece l’intesa scozzese con la Ue: è «un accordo molto soddisfacente per entrambe le parti… è il più grande di tutti gli accordi».

Ursula von der Leyen e Donald Trump
Tuttavia non c’è neppure un testo scritto comune. La rivolta europea parte da Parigi. Il primo ministro francese Francois Bayrou boccia senza appello l’intesa siglata domenica 27 luglio in Scozia tra Donald Trump e Ursula von der Leyen. Due giorni dopo, martedì 29 luglio sferza: la Ue «si rassegna alla sottomissione» agli interessi degli Stati Uniti. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, dopo un primo disco verde, lamenta «danni sostanziali alla nostra economia». Poi ci sono i giudizi tiepidi delle altre nazioni dell’Unione europea.
Sono giudizi del giorno dopo, anzi di due giorni dopo. I 27 paesi europei avevano incaricato Ursula von der Leyen di trattare con Trump. E, durante il negoziato, non sembra che sia arrivato alla presidente della commissione europea uno stop alla sigla dell’intesa.
Eppure l’accordo sui dazi al 15 per cento triplica le precedenti tariffe gravanti sulle esportazioni europee verso gli Usa. Non solo. Il presidente americano rivendica altri tre risultati: 1) le aziende Ue compreranno in tre anni 750 miliardi di dollari di risorse energetiche a stelle e strisce; 2) ci saranno 600 miliardi di dollari d’investimenti negli Stati Uniti; 3) avverranno massicci acquisti di armi di Washington da parte di Bruxelles.

Friedrich Merz
Come stanno veramente le cose? I dazi al 15 per cento sembra che dovrebbero cadere su circa il 70 per cento delle esportazioni Ue mentre è un po’ tutto da definire cosa fare per il restante 30 per cento.
Così nel pomeriggio del 29 luglio arriva la “doccia scozzese”. La Ue vuole ridiscutere l’intesa sui dazi. Un comunicato stampa di Bruxelles annuncia: «L’accordo politico del 27 luglio 2025 non è giuridicamente vincolante». Ora «l’Ue e gli Usa negozieranno ulteriormente, in linea con le rispettive procedure interne, per attuare pienamente l’accordo politico». I contrasti sono in particolare su chip e farmaci, che secondo l’esecutivo comunitario al momento non sono tassati. Ma dissensi esistono anche sull’esenzione dalla tassazione degli utili europei delle multinazionali digitali statunitensi. Ue e Usa sono posizionati su due testi diversi.
Giorgia Meloni gioca d’anticipo. Già nella mattina del 29 luglio insiste sulla necessità di negoziare ancora. La presidente del Consiglio italiana precisa: l’accordo è «di massima e non vincolante». Aggiunge: «C’è ancora da battersi».

Donald Trump e Giorgia Meloni
Emerge un dato grave con il quale fare i conti. I dazi al 15 per cento colpiscono in modo particolare le esportazioni italiane con il rischio di veder chiudere molte imprese nazionali messe fuori mercato. Meloni punta a trattare ancora per prevedere esenzioni e riduzioni di imposte secondo i vari settori produttivi (auto, industria meccanica, chimica, alimenti, moda, farmaceutica). Certo la strada è in salita. Probabilmente occorreva alzare la voce con Trump molto prima, quando il presidente sovranista americano (sovranista come Meloni) scatenò la guerra mondiale dei dazi. Non a caso la Cina e il Canada risposero immediatamente con durezza. Pechino arrivò a definire Trump “un bullo”.
Per l’inquilino della Casa Bianca, però, c’è un problema molto serio da affrontare: il già altissimo debito pubblico statunitense aumenterà ancora dopo la legge di Bilancio fatta approvare dal Congresso, che taglia ulteriormente le tasse alle grandi imprese e agli alti redditi. Difatti il dollaro ha perso oltre il 10% del suo valore dall’inizio del 2025. Trump punta a far finanziare il debito pubblico a stelle e strisce dal resto del mondo e, in particolare dall’Unione europea. La partita è appena cominciata.
