Sesto Giulio Frontino. Forse è lui il lontanissimo padre delle tante fontanelle in ghisa sparse per Roma, le “nasone”. Roma. L’impero dell’acqua ci parla del prefetto dell’acqua vissuto nella città eterna duemila anni fa.

Il libro “Roma. L’Impero dell’acqua”
Il salto editoriale è enorme. Avviene con il libro Roma. L’impero dell’acqua. Da Augusto e Nerone all’acqua. Dalle donne famose dell’antichità romana e da Costantino all’acqua. Perché un tema così distante dai libri precedenti? La risposta di Paolo Biondi lascia a bocca aperta: «Quando ho scoperto un fatto incredibile: gli abitanti dell’antica Roma avevano a disposizione un consumo d’acqua potabile pro capite doppio rispetto ai romani di oggi!».
Roma. L’impero dell’acqua, è un libro “irregolare” rispetto alle precedenti pubblicazioni di Biondi e in genere ai volumi di storia romana. La pubblicazione, Edizioni di Pagina, ha un forte taglio politico. L’acqua vista come fonte di vita e strumento di consenso sociale. Per la Roma repubblicana e per quella imperiale c’era un punto fermo: non si governa senza l’acqua potabile. Era considerata un fondamentale strumento di governo. I maestosi acquedotti dei consoli e dei Cesari erano un essenziale fattore di civiltà e di sviluppo economico. La Roma imperiale contava su 11 acquedotti e altre centinaia erano disseminati in Europa, in Medio Oriente e in Africa. Sono dei capolavori d’ingegneria e di architettura. Molti sopravvivono, molti invece sono stati distrutti dall’uomo e dall’incuria.
Non a caso il libro è intitolato Roma. L’impero dell’acqua. Biondi sfata tanti miti: «L’acqua non serviva solo per rifornire le terme, luoghi piacevoli di riposo e di relazioni sociali oltre che essenziali postazioni d’igiene personale per i ceti popolari con le case prive di fontane. L’acqua in casa e nelle ville l’avevano solo i ricchi». C’era una politica economica per l’acqua: una utilizzazione urbana con gabinetti e fontane pubbliche disseminate nella città eterna. C’era pure una utilizzazione agricola ed economica dell’acqua trasportata per decine di chilometri dagli acquedotti romani.

Paolo Biondi
L’acqua è vita. I romani lo sapevano e la utilizzarono al meglio. L’acqua secondo le necessità, scorreva su gigantesche arcate, superava i fiumi, viaggiava sottoterra o in gallerie per oltrepassare le colline, veniva conservata in gigantesche cisterne. Erano opere di alta ingegneria. Dietro c’era una strategia: le opere pubbliche concepite come servizio destinato anche a collegare e connettere praticamente o idealmente Roma con territori vicini e lontani dell’Impero. «Era la concezione della rete, di unire, collegare. L’idea della rete valeva sia per le strade consolari come per gli acquedotti», sostiene Biondi.
Sesto Giulio Frontino è il protagonista del libro. Il personaggio somiglia molto a Plinio il Vecchio. Frontino è un uomo poliedrico: console, militare, governatore delle province, studioso, scrittore. Coniuga coraggio, visione politica, cultura e capacità organizzative. È affascinato dall’acqua e dal suo miglior utilizzo nell’Impero dei Cesari. Quando Tito inaugura il Colosseo nell’estate dell’80 dopo Cristo, Biondi vede la mano sua. Con 80 fontane vuole dare “refrigerio” e “piacere” ai 60.000 spettatori affascinati dai giochi, dai gladiatori e dalle bestie feroci provenienti dall’Africa.
È il prefetto dell’acqua, non improvvisa. L’autore rivela: «Sono rimasto affascinato leggendo il suo trattato sull’acqua. La cosa più sorprendente? Ho letto che erano soprattutto due i gravi problemi degli acquedotti: la dispersione idrica e gli allacci abusivi di acqua. Questa scoperta mi ha convinto a scrivere il libro. Ho ripreso un po’ a fare il giornalista». Strana coincidenza. Ancora oggi in Italia combattiamo con gli stessi problemi: la dispersione degli acquedotti e gli allacci abusivi. In questo non è cambiato niente. In più, forse, abbiamo a che fare con l’alternarsi di deleterie siccità con spaventose alluvioni.
