Tempi duri e tempi buoni

Un noto proverbio arabo recita così: «I tempi duri creano uomini forti, gli uomini forti creano tempi buoni, i tempi buoni creano uomini deboli e gli uomini deboli creano tempi duri».
Sembra un ciclo vitale di natura “uroborobica” (consentitemi il neologismo) e forse lo è pure. Mi fa pensare al “respiro di Brahma” e quindi al ciclo cosmico di nascita, vita e morte, che si ripete nel tempo. Quando Brahma espira crea i mondi, mentre quando inspira li dissolve in sé.

Tempi duri, In fiamme il sito atomico Natanz in Iran bombardato dagli Usa

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Potrei fare altri esempi, ma penso che il concetto sia chiaro. Tutto è ciclo nella storia e nella vita. Il ciclo può essere breve, lungo, generazionale, millenario.
Ma ciò che è sicuro è che ogni ciclo ha un inizio e una fine.
Tornando al proverbio arabo, non c’è dubbio che le prime due fasi sono quelle virtuose, coraggiose e creative, mentre le ultime due sono quelle di inerzia, di indifferenza e di dissoluzione. Non è purtroppo possibile rimanere stabilmente nelle prime due, così come non si deve cedere alla rassegnazione di vivere in modo perenne nelle ultime due.
Ma oggi quale di queste fasi l’uomo sta vivendo?
La risposta subitanea, a giudicare da ciò che accade nel mondo e da certe degenerazioni di coscienze, costumi e morale, porterebbe ad affermare che questa è l’epoca di uomini deboli che aprono la via a quella dei tempi duri. Ma in verità nessuno lo sa.
Quello che io penso è che tutto dipende dall’uomo, dalla sua forza interiore e dalla dirittura etica che vuole possedere. Siamo uomini duri e stiamo creando le condizioni perché vengano tempi buoni? Oppure siamo uomini deboli che aprono la via a tempi duri? Solo il tempo potrà dirlo, ma ciascuno ha il potere di forgiare virtuosamente il suo modo di vivere e ha il dovere di farlo per sé stesso e per le generazioni future.
Se ognuno, invece di crogiolarsi nell’inerzia e nell’indifferenza rispetto al mondo ed alle sue brutture, si impegnasse davvero per fare sino in fondo il proprio dovere di uomo e di cittadino, allora i tempi a venire non potrebbero che essere buoni.
Se ciascuno, invece di essere refrattario alle ingiustizie ed alle “cose storte”, si impegnasse per cambiarle anche attraverso il proprio esempio di vita personale e quale consociato di una comunità statuale o di qualsivoglia altra forma associativa, l’effetto sarebbe dirompente perché arerebbe l’arido terreno di coltura reso così da coloro, novelli despoti del ventunesimo secolo, che fanno leva su queste caratteristiche di auto – isolamento egoistico dell’uomo per imporsi e ridurre l’essere umano ad un assoggettamento innaturale.
Perché, è bene ricordarlo, il potere, specie quando è autoreferenziale ed arrogante, teme una sola cosa: l’uomo e la sua volontà di reagire davanti alla ingiustizia.