L’orrore delle foibe.
Il dramma dei profughi
istriani e dalmati

In occasione del “Giorno del Ricordo” Rai1 ha trasmesso il filmato “La bambina con la valigia” per la regia di Gianluca Mazzella. È la storia vera di Egea Haffner, una delle tante bambine costrette all’esilio dall’Istria, alla fine della II Guerra Mondiale. Egea era nata a Pola nel 1941.

Profughi istriani-dalmati

Il padre era l’austriaco Kurt Haffner e la madre l’italiana Ersilia Camerano. Una sera del 1945 la polizia prelevò il padre che mai tornò e nel luglio del 1946 Egea con la madre lasciò l’Istria per raggiungere la zia materna a Cagliari. L’anno dopo venne affidata alla nonna e agli zii paterni che, dopo l’esodo, si erano stabiliti a Bolzano. Dopo le iniziali difficoltà di adattamento, Egea riuscì a ricostruirsi una vita.
La Haffner ha raccontato la sua storia, insieme a Gigliola Alvisi, nel libro “La bambina con la valigia” edito da PIEMME. Nella copertina del libro c’è la foto di una bambina con la valigia su cui è appoggiato un cartello con la scritta ESULE GIULIANA. «La bambina con la valigia sono io –ebbe a dire Egea- è una foto che gira da tanti anni ed è diventata un simbolo per rappresentare con le immagini l’esodo giuliano-dalmata. Sono io e quella raccontata nel libro è la mia storia. E non voglio che venga strumentalizzata».
Egea Haffner ha così tenuto viva la memoria di quanto accaduto a chi ha dovuto lasciare la propria casa, i parenti, le amicizie, le proprie abitudini … per sfuggire alle brutalità e alle persecuzioni cominciate con l’annessione alla Jugoslavia.
L’esodo dei profughi dall’Istria e dalla Dalmazia iniziò durante e dopo la guerra per sfuggire alle persecuzioni, agli arresti e ai massacri operati nelle foibe da parte dei servizi segreti militari jugoslavi e dei partigiani jugoslavi e italiani.

L’ingresso di una foiba

Migliaia di istriani, fiumani e dalmati, arrivati in Italia, furono accolti in 109 Centri di Raccolta sparpagliati nel territorio italiano, isole comprese, soprattutto in Friuli-Venezia Giulia, Toscana, Lazio e Campania. A tal fine furono adattate caserme dismesse, ex campi di prigionia, scuole. Centinaia di nuclei familiari si dovettero così adattare a vivere in promiscuità, in condizioni precarie, lontani dalla propria casa, da parenti ed amici, spesso accolti con diffidenza dalle persone del luogo che li ospitava.
Quali le motivazioni di tale diffidenza? Le risorse degli enti pubblici destinate ai profughi mentre tutto scarseggiava? L’ignoranza delle loro sofferenze prima e dopo il loro trasferimento? La propaganda comunista che li tacciava di fascismo mentre Tito stava costruendo “un paradiso socialista” nelle loro terre?
Nevia mi ha raccontato le sue peripezie prima e dopo l’esodo. Nevia è nata il 26 marzo del 1937 a Fiume, oggi Rijeka in Croazia dal 1947, nel Golfo del Carnaro. Il padre Oscar era impiegato del Comune quando la città era italiana ma, dopo il Trattato di Parigi, decise di trasferire tutta la famiglia in Italia per non finire sotto la Jugoslavia comunista di Tito.
Era una famiglia numerosa quella di Nevia: c’erano nove figli per cui la mamma Giorgia era assai impegnata. C’erano tanti parenti e amici e la loro casa era sempre aperta. Nevia era l’unica figlia femmina ma era solita giocare con i fratelli che seguiva ovunque: un vero e proprio “maschiaccio”! Andavano spesso al mare ad Abbazia, a 13 km da Fiume: lì si faceva il bagno e si nuotava.
Tutto cambiò con l’arrivo dei Titini quando uno dei fratelli fu preso davanti alla scuola e i familiari non lo videro per un anno. Cominciò così il trasferimento in Italia.

Un campo di profughi istriani-dalmati

Il padre di Nevia arrivò per primo a Bologna, dove era stato destinato e dove divenne impiegato comunale, e con lui c’era anche il figlio maggiore, che era geometra. Poi si trasferì tutta la famiglia in ondate successive; per ultima arrivò la mamma in taxi con i figli più piccoli. Non avevano portato nulla con sé. Tutto era rimasto nella casa di Fiume: mobili, vestiti, scarpe… A Bologna furono accolti nel campo profughi della SS. Annunziata a Porta San Mamolo.
Nevia, invece, fu affidata alla zia di Firenze con cui raggiunse in treno il campo profughi di Massa Lombarda, poi quello di Novara, finché poté riunirsi con la famiglia alla SS. Annunziata. Nel campo c’era molta promiscuità: ogni famiglia aveva la sua stanza ma i bagni erano in comune. A turno si andava a prendere il cibo quotidiano al Collegio San Luigi, in via D’Azeglio. Nevia ricorda che, quando si usciva dal campo, degli uomini facevano l’atto di sparare contro di loro come se sparassero a degli uccellini.
A Bologna non erano ben accetti come dimostrato anche dal triste episodio del “Treno della Vergogna”, di cui rimane ricordo in una targa sulla parete esterna della stazione. Quel treno il 18 febbraio del 1947 trasportava da Pola, stipati in un treno merci tra paglia e valigie di cartone, centinaia di profughi dalmati e istriani. In prossimità dell’arrivo in stazione i ferrovieri aderenti alla CGIL ed iscritti al PCI minacciarono lo sciopero se il treno si fosse fermato. Ai loro occhi non erano profughi disperati, ma fascisti e nemici del comunismo.

La targa della foiba di Basovizza

Così non appena il treno entrò in stazione, venne preso a sassate da giovani che sventolavano la bandiera rossa. I ferrovieri si accalcarono per lanciare pomodori e sputare sui profughi, mentre altri rovesciarono sulle rotaie il latte destinato ai bambini e buttarono le vettovaglie nella spazzatura. Il treno dovette proseguire la corsa verso Parma, dove nel frattempo l’esercito aveva trasportato il cibo.
Un giorno Nevia raccontò alla madre che un uomo la guardava mentre faceva la pipì. Fu così mandata in un collegio di suore a Roma con un direttore francescano, Padre Rocchi. La struttura era stata ideata inizialmente da Mussolini con l’intento di farne un’esposizione internazionale, ma dopo la guerra divenne un collegio che ospitava i bambini e le bambine venuti dalle città occupate da Tito. Nevia si trovava bene in collegio dove aveva fatto tante amicizie ma, quando scriveva a casa, diceva che voleva farsi suora avendo suore come insegnanti. Così la madre, preoccupata, venne a prenderla in treno: si incontrarono nel Palazzo della Civiltà e a malincuore Nevia lasciò il collegio.

Foibe, Un profugo giuliano-dalmata lascia la sua casa

Un profugo giuliano-dalmata lascia la sua casa

La famiglia fu poi trasferita in un altro campo profughi bolognese, in via Sabatucci, vicino a via della Torretta, dove i fratelli andavano a giocare a pallone nel tempo libero mentre Nevia giocava con le altre bambine.
Qui rimasero finché fu loro assegnata una delle case di via Zamboni, costruite dal Comune per i profughi istriani. Poi finalmente ebbero una propria casa in via Marzabotto. L’esodo fu molto doloroso per i genitori e per i fratelli più grandi mentre Nevia, ancora bambina, veniva allontanata dalla famiglia per tutelare la sua sicurezza.
Per oltre cinquant’anni non si è parlato delle persecuzioni, delle crudeltà e dei massacri delle foibe, non si è parlato dell’esodo di migliaia di profughi, negando le sofferenze patite da tante persone prima e dopo l’esodo. Forse per la vergogna di quanto operato anche da italiani, forse per opportunità politica o forse perché dimenticare era come voler rimuovere quanto accaduto.
E tuttora ce ne siamo dimenticati… Dovremmo invece ricordare mentre vediamo arrivare quotidianamente dall’Africa e dall’Oriente centinaia di persone, anche donne e bambini, che scappano dalle guerre, dalle carestie, dalle violenze e che in Italia sono accolte in centri di accoglienza, recintate come in prigione, oppure trattenute nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR). Dovremmo riflettere sulle loro sofferenze e sulle loro condizioni, dovremmo metterci nei loro panni e non farne un capro espiatorio per le difficoltà che il nostro paese sta vivendo.