Trump non ha più il tocco magico. È spintonato: trattare sui dazi. È contestato dagli americani in piazza, è attaccato in pubblico e in privato dall’alta finanza, è criticato perfino dall’interno del governo. Sotto accusa sono i super dazi annunciati e minacciati verso tutti, paesi avversari e alleati.

Americani in piazza in 1.200 città contro i dazi di Trump
L’America ha paura e il presidente degli Stati Uniti ingrana la retromarcia. Mercoledì 9 aprile 2025 è una giornata da ricordare: Trump annuncia una pausa di 90 giorni al varo delle super tariffe doganali alle importazioni e ne applica una ridotta del 10% con effetto immediato. La decisione arriva perché oltre 75 Paesi, precisa, hanno comunicato di voler «negoziare una soluzione». Invece i “dazi reciproci” contro la Cina, la super potenza concorrente, sono aumentati al 125%. Spera che Pechino «si renderà conto che i giorni in cui ha fregato gli Stati Uniti e gli altri Paesi non sono più sostenibili o accettabili».
Wall Street brinda per festeggiare: i vari indici azionari della Borsa di New York volano tra il 7% e il 12% dopo due mesi di tracolli dei titoli e del dollaro. I danni fatti in due mesi sono enormi: i cittadini perdono i risparmi, i capitalisti miliardi di dollari, l’inflazione sale, cresce la paura di una grande recessione mondiale, gli Stati Uniti sono guardati con diffidenza a livello internazionale.
Il consenso declina e Trump corre ai ripari: trattare sui dazi. Ammette: «Ho pensato che la gente stesse diventando un po’ spaventata». Centinaia di migliaia di americani sabato 5 aprile sono scesi in piazza in 1.200 città dei 50 Stati dell’Unione. Tra gli slogan e i cartelli più gettonati c’è: giù le mani «dal nostro governo, dalla nostra economia, dai nostri diritti». È forte la preoccupazione per il crollo in Borsa dei fondi pensione, per il potere d’acquisto dei salari, per la sorte di Medicare (la sanità pubblica degli anziani a basso reddito), per la lesione dei diritti umani e civili.
Trattare sui dazi è complicato ma possibile. Il presidente degli Stati Uniti usa parole non proprio eleganti poco prima della retromarcia. Prende a rasoiate verbali chi ipotizza una intesa: «Questi Paesi ci chiamano, mi baciano il culo, stanno morendo dal desiderio di fare un accordo».

Elon Musk e Donald Trump
È critico con il presidente degli Stati Uniti perfino Elon Musk, uomo forte del governo a stelle e strisce anche se la sua presenza da un po’ di tempo traballa. Forse c’è anche un motivo personale: l’uomo più ricco del mondo è un po’ meno ricco per i crolli della Borsa (le azioni della Tesla, la sua casa automobilistica, sono precipitate). A Musk non piacciono per niente i dazi. Cita l’economista liberista Milton Friedman, critica il protezionismo, sollecita una politica di «libero scambio». Anzi con l’Europa spera di arrivare a «una situazione di zero dazi nel futuro». Sembra che abbia consigliato al presidente di cambiare la sua politica sulle tasse doganali.
Musk arriva finanche a scuotere la stabilità del governo. Peter Navarro, protezionista, consigliere di Trump per il commercio, accusa il proprietario di Tesla di essere non un produttore «ma un assemblatore di auto». L’uomo più ricco del mondo ha una risposta velenosa: «Tesla produce le auto più americane in assoluto. Navarro è più stupido di un sacco di mattoni».

Bill Ackman
Il mondo dell’alta finanza è in rivolta. Bill Ackman, timoniere del fondo d’investimenti Pershing Square, teme una gravissima recessione. Sostiene: la politica tariffaria della Casa Bianca sta portando l’America verso un «inverno nucleare economico». Larry Fink usa parole più morbide ma la sostanza non cambia. L’amministratore delegato di BlackRock, il maggiore fondo d’investimenti del mondo, sibila parlando all’Economic Club di New York: «La nostra economia si sta indebolendo mentre stiamo conversando». Rivela il pessimismo di molti dirigenti dell’alta finanza: «Molti pensano che siamo già in recessione».
Il presidente Usa facile al turpiloquio cerca di tranquillizzare gli americani impauriti: «State calmi, tutto andrà per il meglio». Giorgia Meloni il 17 aprile incontrerà Trump alla Casa Bianca con l’obiettivo di trovare un accordo anche a nome dell’Europa. La presidente del Consiglio è cosciente delle difficoltà: «Spero di portare a casa qualcosa di buono». Meloni parte con il sostegno della Germania e lo scetticismo della Francia, il 17 in genere non è un numero porta fortuna. Comunque il peggio per ora è scongiurato.
